Difesa personale: occhio al problema della sopravvalutazione.

Difesa personale: occhio al problema della sopravvalutazione.

Sottovalutazione o sopravvalutazione?

Uno dei rischi maggiori nella difesa personale non è la mancanza di tecniche, ma la sopravvalutazione delle proprie capacità.
Quando una persona segue qualche lezione, guarda video online o frequenta un breve corso, può sviluppare la convinzione di essere pronta a gestire un'aggressione reale.
È una percezione pericolosa, perché la violenza vera è caratterizzata da paura, adrenalina, confusione, sorpresa e spesso da una brutalità che non si sperimenta durante un allenamento controllato.
La sopravvalutazione porta a commettere errori, restare in una situazione da cui sarebbe meglio allontanarsi, sottovalutare un aggressore, credere di poter controllare eventi che in realtà sfuggono al controllo.
La prima regola della difesa personale non è vincere uno scontro, ma evitare di trovarsi in uno scontro.
La seconda è capire che nessuna tecnica rende invincibili.
La terza, la più scomoda, la più realistica di tutte, è che anche la massima preparazione, non ci rende immortali!
Allenarsi seriamente aiuta a sviluppare capacità fisiche e mentali, ma aiuta anche a comprendere i propri limiti.
Paradossalmente, chi si allena da anni tende spesso a essere più prudente e non più sciocco di chi ha appena acquisito qualche nozione teorica, perché conosce meglio la complessità e l'imprevedibilità della violenza reale.
La sicurezza nasce dalla preparazione, ma la preparazione autentica nasce dall'umiltà.
Quando aumenta la competenza, aumenta anche la consapevolezza di quanto sia facile sbagliare.
Nella difesa personale, la sopravvalutazione è un rischio tanto quanto l'impreparazione.
Con molti anni di esperienza nella sicurezza pubblica alle spalle, mi sono trovato più volte in situazioni estremamente difficili, interventi con persone armate di pistole, coltelli e altri oggetti potenzialmente letali.
In diverse occasioni ho rischiato seriamente la vita.
Se oggi sono qui a raccontarlo, il merito va alla preparazione, alla prudenza e, paradossalmente, anche alla paura.
La paura, quella sana, che ti impedisce di fare l'incosciente e ti obbliga a valutare ogni rischio.
Anche da civile, però, può capitare di trovarsi improvvisamente davanti a un'emergenza.
L'età e l'esperienza insegnano molto, ma l'altro giorno ho riflettuto su un episodio avvenuto in un supermercato, una ragazza tossicodipendente, per una discussione alla cassa, avrebbe estratto un coltello e tentato di aggredire qualcuno.
Non ero presente, ma mi sono chiesto cosa avrei fatto se mi fossi trovato lì.
La verità è che, dopo due o tre anni senza allenamento costante, probabilmente avrei rischiato di prendere una coltellata cercando di fermarla.
Magari una ferita superficiale, magari qualcosa di molto più grave.
Nessuno può saperlo.
È proprio questo il punto, l'esperienza conta, ma senza pratica continua perde efficacia.
L'allenamento costante non rende invincibili, ma aumenta le possibilità di valutare correttamente una situazione e di intervenire nel modo più sicuro possibile.
Oggi più di ieri so che la valutazione immediata del rischio è fondamentale.
La vita è una sola e, in certe circostanze, non metterla inutilmente in pericolo è la scelta più saggia.
Per cinquanta euro rubati, per un bene materiale o per una situazione che può essere gestita diversamente, può essere molto più sensato attendere l'arrivo delle forze dell'ordine o aspettare che si creino condizioni favorevoli per intervenire.
Questo non lo dice la paura.
Lo dice l'esperienza.