CITTA' DEL VATICANO: Nella catechesi per l’Udienza Generale di questo Mercoledì, tenutasi in Piazza San Pietro, Papa Benedetto si è soffermato sulla figura di Giovanni Scoto Eriugena "notevole pensatore dell’Occidente cristiano", nato in Irlanda agli inizi dell’800 e morto intorno all’anno 870.
"Non sappiamo quando abbia lasciato la sua Isola" - ha detto il Papa - "per attraversare la Manica ed entrare così a far parte pienamente di quel mondo culturale che stava rinascendo intorno ai Carolingi, e in particolare intorno a Carlo il Calvo, nella Francia del IX secolo. (...) Giovanni Scoto Eriugena aveva una cultura patristica, sia greca che latina, di prima mano. (...) Dimostrò un'attenzione particolarissima per San Massimo il Confessore, e soprattutto per Dionigi l’Areopagita. (...) che qualificava (...) 'autore divino' per eccellenza; gli scritti di lui furono perciò una fonte eminente del suo pensiero. Giovanni Scoto tradusse in latino le sue opere. I grandi teologi medioevali, come San Bonaventura, hanno conosciuto le opere di Dioniso tramite questa traduzione". Duns Scoto "si dedicò per tutta la vita ad approfondire e sviluppare il suo pensiero (...)".
"In verità , il lavoro teologico di Giovanni Scoto non ebbe molta fortuna. Non solo la fine dell’era carolingia fece dimenticare le sue opere; anche una censura dell’Autorità ecclesiastica gettò un'ombra sulla sua figura. In realtà , Giovanni Scoto rappresenta un platonismo radicale, che qualche volta sembra avvicinarsi ad una visione panteistica, anche se le sue intenzioni personali soggettive furono sempre ortodosse".
"Di Giovanni Scoto Eriugena" - ha proseguito il Pontefice - "ci sono giunte alcune opere, tra le quali meritano di essere ricordate, in particolare, il trattato 'Sulla divisione della natura' e le 'Esposizioni sulla gerarchia celeste di san Dionigi'".
"Egli vi sviluppa stimolanti riflessioni teologiche e spirituali" - ha affermato Benedetto XVI - "che potrebbero suggerire interessanti approfondimenti anche ai teologi contemporanei. Mi riferisco, ad esempio, a quanto egli scrive sul dovere di esercitare un discernimento appropriato su ciò che viene presentato come 'auctoritas vera', oppure sull’impegno di continuare a cercare la verità fino a che non se ne raggiunga una qualche esperienza nell’adorazione silenziosa di Dio".
"La Scrittura" - sostiene il teologo irlandese - "fu data da Dio (...), perché l’uomo potesse ricordare tutto ciò che gli era stato impresso nel cuore fin dal momento della sua creazione 'ad immagine e somiglianza di Dio' (cfr Gn 1,26) e che la caduta originale gli aveva fatto dimenticare. (...) 'Grazie ad essa infatti la nostra natura razionale può essere introdotta nei segreti dell’autentica pura contemplazione di Dio'. La Parola della Sacra Scrittura" - ha aggiunto il Pontefice - "purifica la nostra ragione un po’ cieca e ci aiuta a ritornare al ricordo di ciò che noi, in quanto immagine di Dio, portiamo nel nostro cuore, vulnerato purtroppo dal peccato".
"Derivano da qui alcune conseguenze ermeneutiche" - ha sottolineato il Papa - "che possono indicare ancora oggi la strada giusta per una corretta lettura della Sacra Scrittura. Si tratta infatti di scoprire il senso nascosto nel testo sacro e questo suppone un particolare esercizio interiore grazie al quale la ragione si apre il cammino sicuro verso la verità . Tale esercizio consiste nel coltivare una costante disponibilità alla conversione".
"Il riconoscimento adorante e silenzioso del Mistero, che sfocia nella comunione unificante, si rivela perciò come l’unica strada di una relazione con la verità che sia insieme la più intima possibile e la più scrupolosamente rispettosa dell’alterità ".
"l’intero pensiero teologico di Giovanni Scoto" - ha detto il Santo Padre nel concludere la catechesi - "è la dimostrazione più palese del tentativo di esprimere il dicibile dell’indicibile Dio, fondandosi unicamente sul mistero del Verbo fatto carne in Gesù di Nazaret".
AG/GIOVANNI SCOTO/... VIS 090610 (590)
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