Milano: Il capitalismo è bello perché è vario, anche se poi alcune forme sono più belle di altre. Partono dall’assunzione che di capitalismo non si possa parlare al singolare, perché ne esistono forme diverse e in evoluzione, William Baumol, Robert Litan e Carl Schramm in Capitalismo buono capitalismo cattivo. L’imprenditorialità e i suoi nemici (Università Bocconi editore, 2009, 419 pagine, 30 euro), un libro la cui edizione americana è stata promossa dalla Kauffman Foundation, l’organizzazione che si occupa di diffusione dell’imprenditorialità , e la traduzione italiana da Enter, il Centro di ricerca imprenditorialità e imprenditori della Bocconi.
Il libro sarà presentato sabato 31 ottobre, alle ore 11,30, all’Università Bocconi (via Roentgen 1, aula 2), nell’ambito del salone dell’imprenditorialità , MiFaccioImpresa.
Baumol, probabilmente il maggior studioso al mondo di imprenditorialità , e i suoi coautori isolano quattro modelli di capitalismo, evidenziandone pregi e difetti. Nel capitalismo guidato dallo stato sono gli amministratori pubblici a decidere come distribuire le risorse per favorire il tipo di sviluppo che, per motivi politici, preferiscono. Si tratta di un modello spesso rivelatosi efficace, come testimoniano gli ultimi decenni di sviluppo in gran parte dell’Asia orientale, ma che rischia di creare squilibri permanenti a causa degli investimenti eccessivi in alcuni settori e che non risponde ai segnali di mercato e si rivela, così, molto rigido. Inoltre è altissimo il rischio di corruzione.
Nel capitalismo oligarchico, “le politiche pubbliche mirano prevalentemente, se non esclusivamente, a promuovere gli interessi di un gruppo molto ristretto (di solito molto ricco) della popolazione o, peggio ancora, a fare gli interessi degli oligarchi dominanti e dei loro amici e familiari”. Disuguaglianza, crescita lenta, corruzione e una certa tendenza ad aggirare le regole sono i maggiori rischi di questo tipo di capitalismo, che prevale in buona parte dell’America latina, dell’Africa, del Medio oriente e degli stati dell’ex Unione Sovietica.
Il capitalismo delle grandi imprese, sostanzialmente oligopolistico, è caratteristico dell’Europa continentale, Giappone, Corea e di alcuni settori dell’economia degli Stati Uniti. Le grandi imprese sono macchine da guerra molto efficaci, che tendono però a spremere l’ambiente circostante senza favorire l’innovazione.
Il capitalismo imprenditoriale, infine, è caratterizzato da un gran numero di imprese non troppo grandi, in concorrenza tra di loro, alla continua ricerca della grande innovazione capace di ridefinire un mercato. Gli Stati Uniti, in alcuni periodi e in alcuni settori, sono certamente stati i campioni di questo tipo di capitalismo.
Se è evidente la preferenza degli autori per il capitalismo imprenditoriale, la struttura ideale per lo sviluppo è, però, quella in cui convivono capitalismo imprenditoriale e una certa dose di capitalismo delle grandi imprese. Solo queste, infatti, hanno la forza economica di imporre al mercato le innovazioni che gli imprenditori realizzano.
Mentre le grandi imprese si difendono bene da sole, il settore pubblico che abbia a cuore la crescita dovrebbe favorire e salvaguardare l’imprenditorialità produttiva creatrice di innovazioni. Baumol e i suoi coautori sono generosi di suggerimenti per spingere le economie su questo binario, in un capitolo finale che, oggi, può essere letto come un decalogo su come uscire dalla crisi gettando le basi per uno sviluppo sostenuto ed equilibrato.
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