Milano: Bocconi, su Ladysilvia; La stragrande maggioranza dei direttori finanziari delle società quotate italiane è convinta che la politica dei dividendi (per l’84,3% di loro) e l’acquisto di azioni proprie (per il 78,8%) siano due strumenti che creano valore per gli azionisti soprattutto per il fatto che tali politiche lanciano in modo convincente al mercato alcuni segnali. Nel caso dei dividendi indicano l’ottimismo del management per il futuro, mentre il buyback è segnale del fatto che i manager siano convinti che l’azione è, al momento, sottovalutata.
Lo afferma La payout policy, la prospettiva del mercato finanziario italiano, una ricerca realizzata da Bocconi con il supporto di Lehman Brothers e presentata questa mattina a Milano in un convegno organizzato da Findustria Bocconi. Nel paper Maurizio Dallocchio, Dimitrios Tzivelis e Mario Antonio Vinzia rivisitano, per la prima volta in Italia, le principali teorie sul ruolo dei dividendi e dei buyback attraverso un sondaggio che ha coinvolto 95 direttori finanziari di società quotate italiane (rappresentanti il 65% della market cap complessiva di mercato). Gli autori comparano inoltre i risultati a quelli di analoghe ricerche americane.
“Rispetto al mercato americano, dominato dalle imprese ad azionariato diffuso, in quello italiano, caratterizzato dalla presenza di molte imprese familiari, l’attenzione alle sanzioni del mercato azionario alle modifiche degli indicatori finanziari è minore”, spiega Maurizio Dallocchio, titolare della cattedra Lehman Brothers di Finanza aziendale. Così, nell’84,3% dei casi i manager italiani dichiarano di subordinare la politica dei dividendi a quella degli investimenti, mentre gli americani lo fanno solo nel 33,5% dei casi. Di converso il 94% dei manager americani è attento a non offrire al mercato dividendi inferiori a quelli dell’anno precedente, perché la lettura degli investitori sarebbe quella di difficoltà finanziarie, mentre solo il 68,5% degli italiani ha la stessa preoccupazione. Per gli stessi motivi in America sono molti di più (90,1% contro 52,1%) i manager che ammettono di avere! un target di dividendi di lungo periodo e di avvicinarvisi, di anno in anno, per piccoli passi, che rassicurano i mercati sull’affidabilità dell’impresa quotata.
Lo strumento del riacquisto di azioni proprie è utilizzato più spesso negli Stati Uniti, in ragione di una regolamentazione più permissiva, l’interpretazione che ne danno i manager, in quanto a efficacia segnaletica, è simile. Una differenza sostanziale è che la maggiore stabilità della legislazione americana in materia fa indicare molto più spesso agli statunitensi (42%) che agli italiani (24,7%) il vantaggio fiscale del capital gain rispetto ai dividendi come un ragione importante dell’utilizzo del buyback.
Anche nel caso del buyback i direttori finanziari americani si muovono in funzione delle reazioni del mercato. In particolare, sembrano utilizzare alternativamente dividendi e buyback in funzione della stabilizzazione del trend dell’utile per azione (eps), perché il parametro è attentamente monitorato dagli investitori istituzionali (75% contro il 31,3% italiano).
Le differenze, conclude la ricerca, sono spiegabili in termini di diversa corporate governance in Italia e negli Stati Uniti. In Italia il controllo concentrato “assicura un maggiore monitoraggio diretto da parte degli azionisti forti sul management”, scrivono gli autori, e la stretta interazione con le banche costituisce un ulteriore elemento di controllo, rendendo in qualche modo ridondante la lettura che il mercato fa dell’oscillazione dei parametri finanziari. Ne risulta una maggiore flessibilità , per i manager italiani, nelle decisioni di politiche dei dividendi e di buyback.
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