ROMA
Per l’unità sindacale, dicono in molti, è l’ora più grave. Cisl e Uil pronte a trattare col governo e le imprese, la Cgil che proclama lo sciopero generale. Eppure c’è qualcosa che non quadra. Ecco la fotografia del sindacato «spaccato». Capitolo uno, la logistica. La Cgil farà presidi e proteste in giro, una manifestazione nazionale il 23 marzo a Roma, e uno sciopero generale di otto ore il 5 aprile. La Cisl ha in programma il 9 marzo manifestazioni in molte città , e dall’11 al 15 metterà in moto una «Carovana del lavoro» con firme e petizioni. La Uil organizza il 16 marzo un «Work Day» in tutti i collegi elettorali. Capitolo due, la politica, questo è più facile: tutti e tre vogliono la scomparsa della riforma dell’articolo 18 dalla delega sul lavoro, più le note critiche alle deleghe su fisco e previdenza. Capitolo tre, le minacce.
La Cgil già l’ha detto, non tratta con le imprese e farà una gigantesca manifestazione e lo sciopero generale. La Cisl tratta, ma dice che se alla fine del negoziato nella delega ci sarà ancora la riforma dei licenziamenti, proclamerà lo sciopero generale. La Uil tratta, ma se si parla di articolo 18 si alza dal tavolo, e annuncia che farà come la Cisl: se la delega toccherà l’articolo 18, sarà sciopero generale. Insomma: se sulla tattica da seguire la differenza tra Cgil, Cisl e Uil non potrebbe essere maggiore, nel merito non è poi cambiato molto. Sarà tutt’altro che facile il negoziato tra sindacati e imprese, di cui martedì le parti insieme al ministro del Welfare Roberto Maroni indicheranno l’«agenda» e il calendario. Se non altro, la strada appare ripida e irta di difficoltà . Tra i protagonisti «principali», Confindustria partirà all’assalto sui licenziamenti, ma anche sul sistema contrattuale. Cisl e Uil sono pronte a discutere, ma per adesso sembrano ribadire un «niet» insormontabile allo smantellamento dell’articolo 18.
Quando si discuterà dell’articolo 10 della delega - quello su licenziamenti e arbitrato - il confronto potrebbe incagliarsi. Sergio Cofferati afferma che quel confronto è una trappola, che Pezzotta e Angeletti - in buona fede o meno - finiranno per essere risucchiati nella ragnatela del duo Maroni-D’Amato. Angeletti e Pezzotta replicano che restando al tavolo negoziale la battaglia per la difesa dell’articolo 18 sarà più facile, che il tempo lavora a favore del sindacato e della costruzione del consenso. In pratica, che a Palazzo Chigi è stato consumato il primo passo dello smantellamento della delega.
Lunedì i tre segretari generali si incontreranno: non potranno che registrare il totale dissenso sul da farsi. Sarà importante verificare come «si lasceranno» Pezzotta, Angeletti e Cofferati. Se lasciando aperta una porta a una composizione unitaria, magari tra qualche settimana, o con una rottura fragorosa e polemica tra le rispettive organizzazioni. Ieri, per gli stati maggiori sindacali, è stata la giornata delle messe a punto interne. In casa Cisl, tutti i mal di pancia dei giorni scorsi sembrano superati: la linea Pezzotta - il governo ha fatto un passo indietro grazie alle lotte, la delega è stata bloccata, e se ci sarà la modifica dello Statuto dei Lavoratori sarà lotta - ha ricevuto larghissimo consenso dal gruppo dirigente, anche dalle più scettiche categorie dell’industria.
L’organizzazione, dunque, si fida del suo attivissimo (un po’ in «solitaria») segretario generale. La segreteria della Uil ha sanato quasi completamente le divergenze insorte nella notte a Palazzo Chigi, imponendo un sottile «distinguo»: se al tavolo negoziale verrà posto il tema dei licenziamenti, il sindacato di Angeletti «non discuterà ». Sempre Angeletti, ieri, ha riferito una dichiarazione di Berlusconi: che se le parti sociali riusciranno a trovare «soluzioni diverse» non è detto che si debba intervenire sull’articolo 18. In pratica, spiega Angeletti, «il governo si è dovuto mettere la delega in tasca, e adesso dovrà gettarla nel cestino».
Come c’era da attendersi, anche la Cgil è tutta compatta dietro il suo segretario generale. Che con la proposta dello sciopero generale e della manifestazione (prevedibilmente oceanica) del 23 marzo ha lanciato un segnale al «popolo» cigiellino, che da tempo richiedeva di passare alle maniere forti contro l’Esecutivo e contro Confindustria, che - annuncia Cofferati - si accinge a lanciare un piano di drastica revisione del sistema contrattuale. Del resto, già ieri in molte fabbriche della Lombardia, dell’Emilia-Romagna e del Piemonte si è messo in moto il tam-tam delle assemblee e delle fermate «spontanee» della produzione. Una scelta di «responsabilità e di coerenza», spiega il leader Cgil, contro quella che gli è apparsa una «soluzione precostituita». SEGNALI DI CRISI (continua...)
di Roberto Giovannini
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