Vignale di Cecilia da “Bacco e Perbacco“

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Il fine della degustazione di un vino non è quello di procedere all’identificazione del campione sottoposto ad analisi organolettica, né di descrivere con mirabolanti aggettivi i richiami analogici che promanano dal bevante. Ma, in ultima istanza, è determinare se un prodotto è di qualità, quindi sostanzialmente buono. Cosa importa al bevitore l’essere in grado di riconoscere in senso stretto un vino(vitigno, produttore) se non lo rende capace automaticamente di valutarne l’armonia gustativa da cui dipende tanta parte della sua piacevolezza? Sì, la terra promessa è il dominio del piacere.

E se penso alla piacevolezza, ho compreso nel tempo di quanto sia difficile disgiungerla dall’unicità. Qualunque vino, anche il più umile, se non è riproducibile sarà qualcosa di speciale. Più il vino è vicino al frutto che lo ha generato, più sarà sincero, puro e nel contempo assomiglierà solo a nettari prodotti nello stesso luogo, dalla stessa mano vinificatrice e in una data annata. E non altri. Da cui discende l’assoluta necessità di lasciare che la natura imprima il suo marchio originale e non truccabile sul prodotto finito con interventi enologici ridotti ai minimi termini. Queste argomentazioni introducono perfettamente un’enclave vinicola, i Colli Euganei, una località, Baone, e un produttore, Vignale di Cecilia, che fanno proprio al caso nostro. Stiamo alludendo a giaciture magnificamente esposte a mezzogiorno dagli spalti dei colli del Petrarca, sulle quali insiste un microclima capace di favorire la perfetta maturazione delle uve, momento primo e imprescindibile per la realizzazione di vini fini ed eleganti. Ad una visione enologica rispettosa dell’ambiente facendo ricorso al letame e a preparati biodinamici. Al mancato ricorso a prodotti chimici di qualsivoglia utilità. All’utilizzo di solo rame e zolfo e ad azioni agronomiche meccaniche in vigna. Alla ricerca della semplicità, della freschezza e della franchezza. Peculiarità consueta nel territorio: l’allevamento di piante di Cabernet Sauvignon e Merlot ormai considerabili autoctone dato il loro remoto utilizzo. Stasera Paolo Pallozzi di “Les Caves de Pyrene“, sotto la supervisione di Pier Paolo e Luigi nella cornice assolutamente idonea di “Bacco e Perbacco“, ci presenta a Lucera le creature di Paolo Brunello: Benavides, Còvolo, Passacaglia. A sostenere la beva le preparazioni culinarie del sempre più creativo “chef“ del locale.
Tempo addietro ebbi a definire il vino “musica liquida“ pensando a Gianni Brera che in presenza di nettari appaganti avvertiva compresenze angeliche. Considerando l’arte di Paolo e lo spirito che aleggia nella sua famiglia, posso affermare che di rado sublime partitura fu interpretata così abilmente suonando gli strumenti propri della Natura: l’uva e il genio, al cospetto della divina Provvidenza.

Si comincia con il Benavides 2011 e tutti a chiedersi dove fosse finito il Moscato che pur costituisce il comprimario della Garganega in questo originalissimo blend. Il vino piace e trascina anche se risulta meno schietto del previsto. Forse il prodotto più costruito di Paolo, volutamente modulato su profumi e sapori ammansiti, per quanto sinceri. Col Còvolo 2010 il primo strattone gustativo che issa le sensazioni verso più alte sfere di appagamento. Si sente un frutto intonso e massivo esalare dal cerchio del bicchiere e la beva è saporosa e piena come nelle corde più autentiche di un Merlot prevalente sposato al suo compagno di sempre, il Cabernet. E se in fase retro-olfattiva il vino risulta un po’ corto, ci pensa il successivo campione a rilanciare i sensi: Il Còvolo 2007, in versione Magnum, forse la “star“ della serata. Evoluto quanto basta per sommare alla fruttuosità un corredo terziario di prim’ordine, nell’annata 2007 il Còvolo gioca a fare il grande vino. Rispetto al fratello più giovane infatti ha l’allure aristocratico del bordolese raffinato con il valore aggiunto di fragranze più colorite e afrori più passionali e la bevibilità assicurata dalla vivace acidità. E mentre la sosta nel bevante produce l’insorgenza di sempre nuove nuances olfattive, il vino è già finito. Il Passacaglia 2007 mette l’intento critico un po’ alle corde. Il vino si dispiega intricato e, pur in una complessiva sensazione di piacevolezza, resta tale e rimanda a momenti differiti l’analisi di quest’annata del vino più prestigioso di Vignale di Cecilia. Potenziale grande vino, in parte già godurioso, forse non ancora pervenuto al momento di massima espressività. Per Paolo Brunello e i suoi vini comunque un successo radioso incastonato in uno dei rapporti qualità-prezzo più virtuosi di sempre.

La serata riserva poi un fuori programma: il Comme autrefois di Françoise Bedel.

La memoria riavvolge il suo nastro e ci riporta ai tempi della visita di Delphine Veissiere a Foggia e dell’avventura di “La Flute“. Lo Champagne Comme autrefois di Bedel si conferma prodotto d’alto lignaggio. Se si cercano champagne che risultino cartine tornasole del lavoro dei lieviti, che ne raccontino l’autolisi e il successivo lungo affinamento, questa è la bottiglia giusta. Non stiamo dunque solo sulla spina acido-sapida. Una struttura multidimensionale la sormonta, regalando al gusto persino note rococò a fianco di quelle prevalenti dall’apollinea chiarezza. Una chiusa così avremmo potuto solo vagheggiarla.

ROSARIO TISO
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