“ADDIO KEREKOU, VIVA KEREKOU!”

ITALIA, Che fine ha mai fatto il Dahomey? Qualcuno ricorda che era un paese africano di cui non si sente più parlare? La risposta è semplice: oggi si chiama Benin, perché così decise nel 1975 l’allora militare (poi marxista-leninista successivamente “pentito”) Mathieu Kerekou che tre anni prima aveva conquistato il potere con un colpo di stato. Era il 20 marzo 1998 quando la MISNA nel suo notiziario dava spazio per la prima volta al piccolo paese dell’Africa occidentale: “La Polizia del Benin ha recentemente annunciato di aver bloccato, in un solo anno,'l’esportazionè illegale all’estero di ben 900 bambini.

Un crimine di proporzioni rilevanti, in un Paese con circa 5 milioni di abitanti, che viene gestito da neo-schiavisti di Nigeria, Gabon, Congo e Costa d'Avorio. I minori, ceduti dalle famiglie più povere in cambio dell’equivalente di 200 franchi francesi e della promessa di fargli ricevere un'educazione, vengono poi venduti nei Paesi vicini, per circa 2.000 franchi pro-capite, e finiscono invariabilmente a lavorare in piantagioni di cacao.” Comincia con questa scheggia di notizia la serie di oltre 80 titoli l’anno in cui la MISNA, in più lingue, ha citato finora il Benin, da pronunciare “benen”, alla francese, sua lingua ufficiale. Significativa tessera del mosaico di quell’Africa francofona mai abbastanza raccontata (anche a causa dello strapotere di chi corteggia e/o massacra nei media quella anglofona), così schiacciato come è tra Nigeria, Togo, Burkina Faso, Niger e 121 chilometri di costa compresi tra Lomè in Togo e Lagos in Nigeria, il Benin si riesce appena a individuare sulla carta geografica, un cuneo artificialmente piantato tra altri confini altrettanto artificialmente tracciati dai colonizzatori.

Vagamente ricordato per la sua "costa degli schiavi", da cui partirono per l’altra sponda dell’Atlantico torme di uomini in catene trascinadosi dietro l’animismo magico del loro 'vodun' (vudù), oggi quasi mai il Benin si incontra tra le righe dei mezzi d’informazione. Eppure, se la MISNA lo ha citato in centinaia di notizie, nel bene e/o nel male qualcosa pure vi accadrà ”¦Oggi, per esempio, si vota per il presidente in una consultazione popolare che potrebbe anche costituire una significativa cesura con il resto della storia del paese. Una storia che - al di là del complesso percorso ideologico e di un’ interruzione durata un quinquennio, dal 1991 al 1996 - almeno a partire dal 1972, dopo la dozzina d’anni di regimi militari seguiti all’indipendenza dalla Francia nell’agosto 1960, appare caratterizzata dalla guida dell’elusivo Mathieu Kerekou, uno dei pochi capi africani citati di recente in positivo dallo storico Joseph Kizerbo. Se volete, quello di questa domenica è uno “speciale” più piccolo, proporzionato al paese, che conta meno di un terzo della superficie italiana e, secondo le stime più recenti, tra i 7 e gli 8 milioni di abitanti. E vuole essere più che altro quello che il giornalismo anglosassone definisce un “backgrounder”, una retrospettiva. Con luci e ombre.

Senza tralasciare almeno una fugace occhiata (vedi anche foto) ai "bronzi del Benin" e un attimo di attenzione alla "Oyaya", la gioia della più recente incisione di Angelique Kidjo (di cui la MISNA aveva già scritto quando ancora in cammino verso il suo grande successo internazionale). Facendo comunque riferimento, sin dal titolo, a un uomo che - pur essendo stato dai suoi nemici definito "il camaleonte" e il suo Benin la "Cuba d'Africa" - ha lasciato un segno fin troppo ignorato e malinteso nella storia di uno spicchio non irrilevante d’Africa. [CO]

Redazione MISNA
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