DOPO ELEZIONI: “UN CASO DI ECCESSIVA ESALTAZIONE MEDIATICA”

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IRAQ, Adel Jabbar invita inoltre a non dimenticare quella parte degli elettori " quasi la metà della popolazione - che non ha esercitato il diritto di voto e perciò non sarà rappresentata nell’Assemblea costituente: “Non è vero " dice il sociologo alla MISNA - che ad astenersi sono stati solo i sunniti; i ’non votanti’ fanno parte di un ventaglio di associazioni politiche, religiose e sociali assolutamente trasversali, e tra essi ci sono anche molti sciiti”.

Al di là dei dubbi sull’esito delle votazioni, il docente ritiene che sarebbe comunque una soluzione positiva se, d’ora in poi, gli iracheni riuscissero a decidere della propria sorte, dopo 35 anni di dittatura e dopo la guerra sferrata dagli Usa al Paese nel 2003 per rovesciare Saddam Hussein. È proprio ora, però, che si aprono una serie di sfide: “La prima " prosegue l’intervistato " riguarda appunto l’occupazione statunitense, che è il vero problema dell’Iraq in questo momento, e non certo, come molti vorrebbero far credere, la conflittualità tra sunniti e sciiti.

L’attore principale della politica irachena sono gli Usa, e bisogna vedere se saranno disponibili a lasciare il posto ad altri attori. La seconda sfida che dovrà affrontare l’Iraq è quella alla corruzione: la stampa ne segnala già alcuni casi, mentre le cariche pubbliche vengono distribuite secondo criteri di familismo e nepotismo e gli iracheni continuano a lamentarsi di come vengono spartite le ricchezze del Paese. Un terzo problema riguarda i diritti umani, che il governo attuale ha dimostrato di non saper tutelare. Ma il vero rischio del prossimo futuro " sottolinea Jabbar - potrebbe essere la pluralizzazione del dispotismo: da un regime dispotico come quello di Saddam Hussein si potrebbe passare a tanti piccoli regimi che affidano la delega del controllo della comunità a capi religiosi, signori della guerra o leader tribali”. Alcuni osservatori, pur continuando a ritenere un grave errore l’intervento armato anglo-statunitense in Iraq, pensano che le elezioni siano state il passo successivo e inevitabile di un processo ormai avviato e quasi un ’atto dovuto’ nei confronti di un popolo che ha già pagato troppo in termini di sofferenze e vite umane.

“Allora per far votare la gente è necessario distruggere città e bombardare un Paese?” si chiede Jabbar. “E se il governo di Bush tiene tanto alla democrazia, perché ha assunto comportamenti diversi in America Latina o nei confronti di altre dittature? La questione non è rivendicare la legittimità di certi schemi ideologici nè schierarsi per partito preso con una parte piuttosto che un’altra; la questione è più complessa e riguarda un popolo che soffre, che non ha cibo sufficiente, nè acqua, nè servizi ed è in ginocchio a causa della disoccupazione. Staremo a vedere se nei prossimi mesi, e nei prossimi anni, l’Iraq riuscirà a riappropriarsi del proprio destino e a superare le molteplici sfide disseminate ancora sulla sua strada”. (a cura di Luciana Maci) [LM]

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