MISERIA E NOBILtà

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ROMA - È ancora in scena, fino al 6 Gennaio, al Teatro SALA UMBERTO, uno spettacolo culto della tradizione comica partenopea: Miseria e Nobiltà. Regia di Armando Pugliese, protagonisti, tra gli altri, Francesco Paolantoni e Nando Paone, produzione Komiko Production di Napoli. La pièce, tra i capolavori di Eduardo Scarpetta svolge due temi sociali di grande eatralità: la tragedia della miseria e il grottesco della nobiltà.


Si è voluto in assato definire il primo atto come degno della firma di Molière e ddirittura Benedetto Croce a questa commedia dedicò un saggio. Riproporre un testo della comicità ottocentesca significa anche scontrarsi con la rriproducibilità del background presupposto alla creazione dell’autore, il cui tempo è naturalmente irripetibile nell’attualità. Ciò implica, più che mai, soprattutto nel comico, la necessità perenne di riadattare un testo per renderlo fruibile al gusto del pubblico del tempo in cui la rappresentazione viene svolta. La renovatio risponde, inoltre, al fatto che il regista, riformulando il materiale di altro autore, diventa autore a sua volta e quindi modifica la stessa materia artistica per derivarne nuove forme del tutto autonome rispetto a quella originale. Miseria e nobiltà, racconta di una situazione ferma nel tempo. Si porta bene la sua età, ha più di un secolo: Napoli 1888-Napoli 2007. E una farsa, e così la raccontiamo. Raimonda Gaetani ha voluto rispettare con precisione lepoca, Bruno Garofalo ha costruito con linearità i due interni. Siamo noi che viviamo un secolo dopo. E che abbiamo vissuto e viviamo ancora in quel contesto sociale.


Cosa possiamo dire? Che la fame e il disagio ci sono ancora? E banale e scontato. E poi questa è una farsa nel tempo. Il niente posseduto da Felice e da Pasquale è il niente di oggi. La ricchezza illusa di Gaetano Semmolone, detto fritto misto, è lillusione di oggi. La scena del primo atto è vestita di grigio, piena solo del vapore di una pentola di acqua che bolle ma che non cuoce niente, perché niente arriva da queste giornate di lavori inventati, lo scrivano sotto al San Carlo e il salassatore che non trova più a chi tirare il sangue. Ci si ruba gli scarsi avanzi di un cibo racimolato con i "pegni”. Quattro porte vuote, come bocche da sfamare, e le sedie in scena, dove sono accasciate le tre donne della "miseria”, Concetta e Pupella,madre e figlia,e Luisella, lamante. Un sottoscala.


Il mondo guardato dal basso che più basso ci sono solo le cantine, o forse neanche quelle. Pupella aspetta le scarpe scamosciate di Luigino arrampicata su una sedia per vederle passare sul marciapiede. Quello le è dato di vedere. La situazione della fame arriva al punto dove tragedia e farsa hanno una linea sottile di confine. O muori, o ridi e vivi. E poi cè la nobiltà, a casa di Semmolone, mura dipinte come la Cappella Sistina, vetri smerigliati, giardini in fiore, poltrone imbottite, servitori e campanelli. Semmolone era un cuoco, ma ora è cavaliere. Un arricchito, insomma, a cui tutti ci affezioniamo, perché lo comprendiamo. Gemma, sua figlia adorata, ballerina, balla sempre, Luigino, suo fratello, che rubacchia i soldi al padre e si fa perdonare con una barzelletta. Tutti sono allegri a casa Semmolone: lui perché crede di avere a casa i nobili, e i "miseri” perché facendo i nobili mangiano e giocano ad essere quello che non saranno mai. Poi cè Bettina, col coltello in mano, perché è così che ha imparato a difendersi dai guai della vita. Si mischiano tra di loro, marito e moglie si ritrovano (Felice e Bettina), madre e figlio (Bettina e Peppiniello)si riabbracciano, Luisella viene a chiedere il conto della sua non posizione sociale(che modernità: una richiesta ante litteram di PAX), tutti girano per casa ubriachi di allegria, ed è questo "trenino” che rappresenta davvero questa Miseria e nobiltà: perché in fondo sotto tutti questi strati di vestiti e travestimenti ci sono uomini e donne di ieri e di oggi, affannati e in cerca della loro realizzazione.