Solleone 2003

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Se si pensa al primigenio rapporto fra uomo e natura è indubbio che il progresso della scienza e della tecnica applicate all’agricoltura cospirano contro tale istintuale relazione e ne minano la qualità.

La possibilità di intervenire e di condizionare il corso dei processi naturali alimenta insidiosi nemici.
Si visualizza,nel dominio del vagheggiamento,un risultato enologico perfetto e l’opportunità di operare delle correzioni sul prodotto finale crea l’illusione di poter costruire un vino corrispondente al sogno.

Macroscopica illusione:la realtà manifesta lacune e insufficienze imprevedibili e di ordine sostanziale a dispetto di una inappuntabile articolazione formale.
Il vino,da cosa viva,richiede un doloroso tocco,emozioni fisiche e mentali,altrimenti è condannato alla mediocrità organolettica.

L’intento creatore dell’enologo abbisogna a tratti del silenzio della cultura e la riflessione sull’amore per la terra ed i suoi frutti...che arde e consuma facili costruzioni tecnicistiche e aridi equilibrismi organolettici...riconsegna i prodotti dell’ingegno umano al regno d’appartenenza e d’elezione:il sentimento.
L’anima di un vino traspare.
Il degustatore accorto,più che sciorinare mirabolanti descrizioni e centrare con talento immaginifico riconoscimenti olfattivi arditi e improbabili sensazioni gustative,dovrebbe mettersi alla ricerca del non-detto,del giammai evidente,quell’eterea e sottile fumèa che ogni grande vino spande d’intorno,capace di risvegliare sensi dormienti per l’imperante omologazione.
Pertanto non si dovrebbe mai arricchire il portato zuccherino di un mosto,mai alterare la spina dorsale dell’acidità o potenziare la struttura dei tannini,mai fare ricorso a concentrazioni,microssigenazioni,criomacerazioni:più che un manufatto il vino è sempre più ...artefatto.

Forse per l’utilizzo dell’anidride solforosa e l’aggiunta di lieviti selezionati si può essere indulgenti.
Probabilmente di certi trattamenti chimici operati per scongiurare certe malattie non si può fare a meno.
Ma se uno studio commissionato dall’Unione Europea ha accertato l’influenza sul profilo olfattivo della generalità dei vini di ben 440 sostanze chimiche utilizzate in vigna,allora c’è da chiedersi dove stiamo andando.C’è da chiedersi a cosa serva tanto afflato e affanno “poetico“ in valenti “addetti ai lavori“ capaci di rintracciare profumi di ogni sorta nei “campioni“ sottoposti al loro critico vaglio.
A me piace pensare che tutto questo non intacchi l’idea romantica del vino e della sua degustazione e che solo ed esclusivamente la presenza di “nerolo“ nel Riesling giustifichi lo spiccato sentore di idrocarburi che lo caratterizza.
E...come se non bastassero i dubbi e le incongruenze di un mondo in continuo e inarrestabile divenire...un altro grande mito è destinato a cadere.
Sarebbe pressoché dimostrato che la finezza del “perlage“ non è necessariamente indice di un grande vino-spumante.Addirittura alla base della formazione di quell’impareggiabile e gustosissimo tripudio gassoso ci sarebbe la presenza di impurità nel “bevante“(il bicchiere o simili?).
Sì livide nubi intellettuali...addensantesi ad un orizzonte vinicolo sempre più vasto,variegato,inquietante...richiedono una ventata di aria pura,nettari intonsi che richiamino un cielo terso e pulito:si ricorre a “Les caves de Pyrene“.
Sergio Panunzio ancora una volta chiama a raccolta i “bevitori randagi“ più affini nella calda alcova del wine-bar Cairoli di Foggia...Sandro Maselli,Rosario Tiso,Pasquale Lauriola...per bere in successione un cabernet franc della Loira,il Domaine des Roches Neuves Saumur Champigny 2008,un uvaggio bordolese dei colli euganei,il Còvolo 2007 de “Il Vignale di Cecilia“,e il Vigneto Solleone 2003 della Fattoria S.Lorenzo.
Il vino francese apre le danze sciorinando un’importante acidità che si risolve in un serrato contrappunto gustativo con un piatto di prosciutto di Sauris.Grassezza,sapidità,freschezza giocano una facile partita di contrapposizione e di compensazione per una beva semplice e piacevole.
A issare più in alto le sensazioni ci pensa il Còvolo.
Equilibrio ed integrità splendono in questo economicissimo bicchiere,umile e dal discreto carattere.
Azzardiamo un assaggio di “nduja“ calabrese e il vino regge il confronto.
Poi,è la voltà del “Solleone“2003 .
Marche rosso IGT,Montepulciano in purezza,proviene dal vigneto omonimo da piante di oltre quarant’anni.
Le rese basse e selettive(1 Kg. per ceppo) preludono ad una macerazione ed un invecchiamento importanti.Mosto a contatto con le vinacce per venti giorni;vino invecchiato in legni grandi per 30 mesi.
Risultato:un grande,inaspettato,inconsueto “campione“ da agricoltura biologica.
All’esame visivo mostra un colore rubino intenso che non cede nemmeno sull’unghia.Il “naso“ è caratterizzato da un fitto fraseggio fra tenui e remoti richiami di frutta rossa in confettura e la ricca speziatura mutuata dalla lunga permanenza in legno.
Una grande armonia promana dal bicchiere e infonde un senso di totale appagamento senza pagare il fìo di imperfezioni e imprecisioni gusto-olfattive tipiche di tanti sedicenti “nettari“ naturali.
Stupisce l’assenza di filtrazione per un prodotto così nitido sotto ogni profilo.
Anche il “biologico“ sa fare qualità formale,esente da difetti.
Non così l’esperienza fatta con il prosecco “sur lie“ di Carolina Gatti.
Si accende una bonaria discussione e si surriscaldono un pò gli animi allorquando Sergio definisce il prosecco“Gatti“ uno spettacolo dalla “beva“ cangiante e vivace.
Purtroppo qualche appassionato degustatore l’ha trovato grezzo,ruvido,approssimativo.
Ma alla quasi generalità dei beventi è risultato piacevole.Lo si evince da una rapida incursione fra i giudizi rintracciabili sul web.
E’ probabile quindi che il mio dilettantismo non mi faccia stimare adeguatamente il prodotto.
Ci salutiamo a notte fonda col proposito di ri-berlo insieme perché noi...da autentici “bevitori randagi“...siamo sempre disposti a ri-crederci,specie se il bicchiere sa trasmetterci,in una seduta d’appello,una nuova...vibratile...emozione.

ROSARIO TISO
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