La personale scoperta e la fascinazione indotta dall’universo vinicolo ebbe inizio agli esordi del 2000 grazie ad un vino “magico“ che per me continua ad essere un riferimento gustativo:l’Idem bianco 1998 dei Feudi di S.Gregorio.
Questo “estratto“ della quintessenza fruttuosa dell’uva non si produce più ma riuscì un tempo a trasportarmi in regni organolettici favolosi.
Era un vento odoroso che non sospingeva solo le vele della nave sensoriale salpata alla ricerca di tesori enoici e inesplorate emozioni ma soprattutto sapeva muovere le ali dell’immaginazione.
Seguendo la fantasia,assecondando l’ispirazione...pur tastando assiduamente la realtà...cercavo il prodigio scaturente dal frutto della vite.
L’unica rappresentazione che mi ero fatta dei vini del pianeta era ancorata a prodotti di facile reperibilità.
Ma da quel momento tutto cambiò.
Rotti gli ormeggi,abbandonata la navigazione domestica di piccolo cabotaggio,avevo un mondo sconosciuto davanti a me da svelare!
Ho cominciato così a braccare i supposti e sedicenti miti della viticoltura italiana.
Sassicaio 1996 e 1998,Guado al Tasso 1998,Brunello di Montalcino “Rennina“ 1996,Fontalloro 1998,Le Pergole Torte 1998,Chianti Classico Riserva “Badia a Passignano“ 1997,Trebbiano d’Abruzzo 1996 e Montepulciano d’Abruzzo 1995 di Edoardo Valentini,Vintage Tunina 1997,Barbaresco 1998 di Angelo Gaja,Solaia 1997,Picolit 1998 di Rocca Bernarda,Cabernet Sauvignon e Chardonnay 1998 di Tasca d’Almerita,Pinot Nero Barthenau “Vigna S.Urbano“ 1997,Basilisco 1998,Patrimo 1999,Serpico 1999...e altro ancora nelle bevute di un decennio fa,in quel mirabile 2001 che sancì il mio primo salto di qualità sui sentieri labirintici della degustazione.
La cosa che mi affascinava di più era la sensazione di aggiungere dei puntini su di un foglio bianco...come in un gioco enigmistico...che una volta uniti da connessioni esperienziali avrebbero formato un gusto e una consapevolezza del tutto nuova e più espansa del nettare di Bacco.
L’idea del relativo veniva sempre più affiancata da un senso di assoluto e se pensavo al Piemonte lo rappresentavo con Gaja,la Toscana evocava la saga degli Antinori,la Sicilia mi raccontava i fasti dei Tasca d’Almerita,il Friuli parlava della rivoluzione di Jermann,l’Abruzzo conteneva le “perle“ enologiche di Valentini,la Campania assisteva al fulgido esordio dei “Feudi di S,.Gregorio“,l’Alto Adige conservava il fascino discreto della famiglia Hofstatter.E potrei citarne ancora.
Era quella la scoperta.
E quella è stata la mia prima idea embrionale del vigneto italico visto dalle finestre di casa...
La memoria storica di quei remoti assaggi è una mappa inutilizzabile,come un orario delle ferrovie ormai scaduto.
Se volessi usarla oggi come guida sarebbe limitante.
Adesso a condurmi sono in tanti.
Superati i confini nazionali,molte altre bandiere del gusto,incarnate dai loro vini più rappresentativi,sventolano sulla mia nave:i “riesling“ della Mosella,i “sauvignon“ della Loira,i “pinot nero“ della Borgogna,i “malbec“ dell’Argentina...
Domani saranno i Tokaij ungheresi a conquistarmi,o forse i “shiraz“ australiani.Chissà.
Ma,come nei corsi e ricorsi della vita,
ritornano gli eventi vecchi come nuovi,
nuovi sentieri introducono strade già battute,
ostacoli imprevisti costringono a scarti improvvisi ed inversioni di rotta.
La memoria storica degli assaggi non è nostalgia.
Assicura piuttosto la giusta rappresentazione della realtà che da relativa diventa assoluta per poi relativizzarsi ancora,in un alternarsi di successivi spostamenti di orizzonti sensoriali,con frontiere da abbattere e confini che si dilatano.
Un eterno movimento in cui i sensi non smettono mai di stupirsi e di godere.
Questo è esattamente quello che è successo stasera ad un gruppo sparuto di bevitori al wine-bar Cairoli di Foggia:Fabio Guzzo,Antonio Lioce e Rosario Tiso.
A distanza di anni le curve della memoria,i suoi imperscutabili sentieri,hanno ricondotto l’intento onirico alle atmosfere poetiche suggerite dal film-documentario “Mondovino“ di Jonhathan Nossiter ed in particolare alla figura di uno dei suoi protagonisti:Hubert De Montille.
Ieri,il suo fuoriclasse dalla vigna “Taillepieds“ ricercammo senza posa fino a fruirne in una indimenticabile bevuta.
Oggi,la presenza di un altro dei suoi ineffabili vini ha squarciato il velo dell’oblio:il Volnay 1er cru 2004,rigorosamente da uve pinot nero,campeggia solenne sulla nostra tavola.
L’incipit gustativo dell’ennesimo ed esclusivo “simposio“ dei “Bevitori Randagi“ l’abbiamo affidato ad un’eccezionale bollicina metodo classico:l’Annamaria Clementi Rosè 2003.
Senza tema di smentita,l’ultima creatura di “Cà del Bosco“ è l’espressione più ambiziosa del Pinot Nero che la Franciacorta nella sua breve storia abbia mai tentato.La vinificazione in botti di rovere dei quattro vini alla base della prestigiosa cuvèe è garanzia di cura maniacale nella trasformazione enologica e promessa di complessità nella resa organolettica.
Dal colore splendido di vivissima rosa,al gusto presenta la tipica tendenza amarognola dell’extra-brut e il pungolo solleticante dell’anidride carbonica organizzata in un’impeccabile “perlage“.
La ricca acidità assicura una beva fresca e vibratile.
Il suo fascino,non paragonabile comunque alla canonica versione bianca,non è dato da sfumature eteree e struggenti,ma da un solido corredo di note delicatamente floreali e giustamente sapide.
Accompagnata ad un piatto di salumi,ne ha pulito egregiamente la grassezza e ne ha ravvivato la nota dolce delle carni.
Tutto sommato un fulgido esempio della sapienza enologica della tradizione unita alla perfetta conoscenza della tecnica moderna.
Poi,è giunto il momento tanto atteso:si stappa il campione di Etienne De Montille,figlio di Hubert ed attuale anima dell’azienda.
Il colore è brillante.Pure il naso è luminoso di bacche rosse con strali di lampone.
Elegantemente terroso e carnale,speziato e minerale.
A tratti persino piacevolmente vegetale.
Mutevole nell’alveo di un supremo equilibrio.
Un vino prismatico ed ammaliante.
A questi livelli la Borgogna è imbattibile.
Quando leggerezza e intensità,morbidezza e sapidità si rincorrono così,il vino risulta assolutamente incantevole.
E la “tagliata“ di “chianina“ che lo ha accompagnato,intrisa di umori sanguigni e animali,si è rivelata magnifica sponda gustativa per un idillio gastronomico rinnovantesi ad ogni boccone,ad ogni sorso.
Una succulenza debordante arginata da un rapido tannino ed asciugata da un alcol discreto.
Su tutto,una maestosa e delicatamente acida terziarità.
Sensazioni gustative passate a volte ritornano,
più consapevoli e vivide di prima,
e la bussola del piacere enologico sembra...
almeno stasera...
puntare decisamente il suo ago verso la Francia.
ROSARIO TISO
*I contenuti dell’opera non possono essere riprodotti senza l’autorizzazione dell’autore.
Ultimi Articoli
Neve in pianura tra venerdì 23 e domenica 25 gennaio — cosa è realmente atteso al Nord Italia
Se ne va Valentino, l'ultimo imperatore della moda mondiale
La mortalità per cancro cala in Europa – tassi in diminuzione nel 2026, ma persistono disparità
Carofiglio porta — Elogio dell'ignoranza e dell'errore — al Teatro Manzoni
Teatro per tutta la famiglia: “Inside and Out of Me 2” tra ironia e interazione
Dogliani celebra quindici anni di Festival della TV con “Dialoghi Coraggiosi”
Sesto San Giovanni — 180 milioni dalla Regione per l’ospedale che rafforza la Città della Salute
Triennale Milano — Una settimana di libri, musica, danza e arti sonore dal 20 al 25 gennaio
A febbraio la corsa alle iscrizioni nidi – Milano apre il portale per 2026/2027