L’India è stata definita da un ambasciatore americano “un’anarchia funzionante”, ma gli Stati Uniti, oggi, preferiscono vederla come l’unica stabile democrazia in un’area che rischia di essere dominata dalla Cina. È per questo che nel 2005, con una mossa senza precedenti, l’amministrazione Bush ha esplicitato il proprio sostegno all’ascesa del paese a grande potenza.
Edward Luce, corrispondente dall’India per il Financial Times dal 2000 al 2005, sembra sottoscrivere entrambe le visioni nel suo A dispetto degli dei. L’inaspettata ascesa dell’India moderna (Università Bocconi editore, 2007, 320 pagine, 28 euro), il libro che il premio Nobel Amartya Sen ha definito “il resoconto più penetrante che abbia letto sugli sviluppi dell’India contemporanea”, questa settimana nelle librerie italiane.
In un testo che fa a pezzi gran parte dei luoghi comuni che definiscono l’India agli occhi degli occidentali (dallo spiritualismo alla tolleranza, dalla rilevanza economica dell’informatica al funzionamento di una burocrazia di origine britannica) Luce sostiene che il fascino del paese stia nel suo turbinoso saper crescere nonostante una religione strumentalizzata al fine di dividere anzichè unire; nonostante la corruzione; nonostante una struttura sociale basata sulle caste anche nelle enclave musulmane o cristiane e nonostante un aggressivo nazionalismo indù che ha portato, anche nel nostro decennio, a veri e propri pogrom.
L’india è l’unico paese al mondo in cui lo sviluppo sia cominciato dai servizi, che oggi contano per più di metà del pil, anzichè dall’agricoltura o dall’industria. Negli anni del dopoguerra, in cui la Cina investiva nell’alfabetizzazione di massa, l’èlite indiana, educata in Gran Bretagna, assegnava alle università le stesse risorse della scuola primaria, con il risultato di un analfabetismo dilagante, accompagnato da eccellenze tecnologiche senza pari nel mondo in via di sviluppo. Il futuro sociale dell’India, sostiene Luce, dipenderà anche dalla creazione di attività industriali ad alta intensità di lavoro, oggi quasi assenti.
Nel 1991 l’India ha abbandonato una politica economica di stampo socialista, muovendosi verso la liberalizzazione di molte attività . Ciò nonostante l’economia formale coinvolge solo il 7% della forza lavoro, ovvero 35 milioni di persone su 470. Di questi, 21 milioni occupano posti pubblici e, dei restanti 14, solo un milione lavora nella tanto favoleggiata information technology. È perciò comprensibile che, nel cuore rurale del paese e tra i 300 milioni di indiani che vivono al di sotto della soglia di povertà , il sogno principale non sia l’impresa, ma un posto di lavoro pubblico. Qui si diventa inamovibili a vita e il salario ufficiale viene moltiplicato dalle bustarelle. Anche in caso di corruzione conclamata, il dipendente pubblico viene, al più, trasferito.
Questo, secondo Luce, è il motivo principale della persistenza della fame in un paese che nel 2003, con 60 milioni di tonnellate, custodiva più di un quinto delle riserve di granaglie del mondo, l’equivalente di una tonnellata per ogni famiglia indigente. Ma in alcuni stati l’80% dei sussidi alimentari viene rubato prima di giungere a destinazione. A ciò si devono aggiungere la retorica gandhiana del villaggio, un nucleo sociale ormai superato dallo sviluppo dell’economia e che non fa che perpetuare la povertà e le divisioni di casta, e quella della difesa dei poveri, che ha portato a politiche controproducenti. Tra i tanti esempi: la resistenza, in nome dei più poveri, a far pagare l’acqua fa sì che i ricchi possidenti terrieri, in grado di fornirsi di pompe idrauliche, ne estraggano gratuitamente al punto da far abbassare le falde al di sotto della soglia di raggiungibilità fisica per chi, come i p! overi, dispone solo di pozzi.
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