Milano, Bocconi: La piccola impresa non è più considerata il regno della disorganizzazione, nè un ambito nel quale sia possibile trapiantare senza adattamenti le logiche della grande impresa. Marina Puricelli, in Organizzare le piccole imprese. Storie e casi aziendali (Egea, 2007, 360 pagine, 25 euro) raccoglie e razionalizza 28 casi aziendali, leggendoli alla luce di un modello che fa dipendere l’assetto organizzativo ideale di una piccola impresa dalla sua posizione competitiva sul mercato di riferimento e dal profilo professionale dei collaboratori. In altre parole, non esiste una soluzione adatta a ogni situazione e in molti casi anche assetti apparentemente controintuitivi nella loro inarticolatezza possono rivelarsi efficaci. È il caso, racconta Puricelli, della Bonetti, la società ! ; leader in Italia nello zafferano, con marchi come Leprotto o Tre cuochi, o della Nardini (grappa), imprese di successo nonostante, o forse grazie a, un assetto organizzativo elementare, che bene si adatta a nicchie di mercato ben controllate e a un profilo professionale medio-basso.
Anche lo scettico più convinto deve ammettere che il capitalismo, nonostante le crisi che periodicamente attraversa, trova in se stesso la capacità di reagire e ripartire, come gli eroi del cinema americano. E, come questi, può calamitare forte ammirazione o grande antipatia. Robert Boyer, nel suo Fordismo e posfordismo. Il pensiero regolazionista (Università Bocconi editore, 2007, 200 pagine, 14 euro) presenta al lettore italiano una tradizione di pensiero, nata in Francia alla metà degli anni ’70, che si propone di spiegare, attraverso lo stesso modello, sia il funzionamento del capitalismo, sia le sue crisi. La gran parte delle teorie economiche moderne tende a ridurre il capitalismo al mercato, sia che voglia decantarne le virtù, sia che voglia evidenziarne i difetti. La teoria della re! golazione vede invece nella forma concorrenziale (che può, o meno, essere di mercato) solo una delle forme istituzionali che regolano il funzionamento di un’economia capitalistica. Accanto ad essa si annoverano il regime monetario, la forma del rapporto salariale, la forma dello stato e la forma di adesione a un regime internazionale. Quando queste cinque forme istituzionali raggiungono la compatibilità , si crea un equilibrio dinamico e temporaneo (un modo di regolazione), soggetto a modifiche sia per l’intervento di fattori esterni sia per il susseguirsi di continui aggiustamenti, che possono portare alla sostanziale modifica di alcune di queste forme.
Gianni Mion ha attraversato da protagonista gli ultimi 35 anni della storia economica italiana. Negli anni ’70, quando il panorama era dominato dall’impresa pubblica, ha lavorato alla Gepi, la finanziaria di stato incaricata di salvare le imprese in crisi. Quando le pressioni politiche l’hanno trasformata in uno strumento di salvaguardia dell’occupazione l’ha abbandonata e, nel 1986, è approdato a Edizione Holding, la finanziaria che coordina gli sforzi di diversificazione della famiglia Benetton e di cui è amministratore delegato. Qui ha concluso operazioni importanti come quelle che hanno portato al controllo di Autostrade, Autogrill, Gs ed è stato protagonista di episodi meno fortunati, come la costituzione del polo sportivo Benetton (tramite l’acquisizione di marchi come Nordica, Asolo e Rollerblade) o le avventure nelle telecomunicazioni, prima con Blu, poi con Telecom Italia. In Manager oggi, la lunga intervista rilasciata a Giorgio Brunetti (Università Bocconi editore, 2007, 164 pagine, 14 euro), Gianni Mion ripercorre e razionalizza il proprio percorso professionale, facendo capire al lettore che cosa ha funzionato e che cosa no, ma dimostrando che, nel complesso, la sua opera ha creato valore per gli azionisti che a lui si sono affidati. Mion e Brunetti non vogliono stupire nessuno con ricette magiche, ma sottolineare l’importanza della professionalità e dell’esperienza.
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