Fisco benevolo? Si, ma solo per le banche amiche

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Se da una parte osserviamo, a malincuore, la spietata e notoria “esecuzione fiscale” toccata al mondo delle piccole imprese, e non solo, precipitate nella disperazione più totale, dall’altra, invece, l’amministrazione finanziaria flirta appassionatamente con le grandi banche del Paese. Leggendo i risultati relativi all’ultima relazione semestrale di cassa notiamo aliquote piuttosto leggere (30% di media contro il 40% e più per le pmi) a carico delle suddette, che sistematicamente trovano il pieno compiacimento dell’esecutivo.

I gruppi bancari che in questi mesi hanno suggellato sontuosi matrimoni finanziari, a cui non fanno, purtroppo, seguito quelli civili determinando pericolose “discese demografiche”, hanno ottenuto bonus fiscali da far letteralmente invidia a tutte le altre categorie lavorative prese a schiaffi dall’erario forte con i deboli e debole con i forti (banche).

La semestrale al 30 giugno mostra, ad esempio, che il gruppo Unicredit guidato da Alessandro Profumo ha registrato un utile di 2.829 milioni di utile lordo, pagando 808 milioni di imposte pari ad una aliquota media del 28%. Capitalia pur “subendo” una pressione maggiore si colloca sempre al di sotto del famoso 40% ovverosia al 37,9% con un utile netto di 531 milioni. Di seguito il gruppo prodiano Intesa Sanpaolo al cui vertice troviamo Giovanni Bazoli ha chiuso la metà dell’anno realizzando 4,1 miliardi di utile lordo e pagando 1,4 miliardi di imposte. Ne consegue un tax rate del 34% aiutata anche dal fatto che le ultime cessioni immobiliari effettuate nell’anno in corso (per 3 miliardi di euro) sono addirittura fiscalmente esenti producendo, il tutto, un utile complessivo di 5,3 miliardi di euro, decisamente raddoppiato rispetto allo stesso periodo del 2006. Solo le piccole Monte dei Paschi di Siena e la Carige raggiungono le stesse performance riservate alle pmi con numeri che variano dal 41% al 43%.

A queste si accompagna un risultato “negativo” da parte del Banco Popolare, nata dalla fusione tra la coppia Verona - Novara e la Bpi (Banca popolare italiana), rispettivamente del 50% per le prima e del 41 per la seconda. Tuttavia guardando il quadro completo delle semestrali come d’altronde c’era da prevedere, i benefici elargiti dalla compagine governativa alle grandi banche amiche (poggiate sull’asse Prodi-D’Alema), produce risultanti estremamente lusinghieri in netta controtendenza con quelli registrati dalla nostra economia. Assistiamo, dunque, ad uno scenario a dir poco grottesco dove c’è da un versante una felice “isola finanziaria” su cui godono politicanti avvezzi al vizio del servilismo e banchieri ingordi senza scrupoli, dall’altro abbiamo una terra da cui si avvertono le prime scosse telluriche dove non trovano alcun soccorso le tantissime imprese e i tanti cittadini abbandonati tragicamente a loro stessi.

Gianluigi Mucciaccio