Lo schema interpretativo suggerito da Michael Mann nel Lato oscuro della democrazia (Università Bocconi editore, Milano, 2005, 704 pagine, 34,50 euro) per spiegare i fenomeni di violenza etnica può essere applicato alla situazione irachena. Lo ha confermato lo stesso sociologo nel corso di un’intervista raccolta a fine settembre 2005, in occasione della presentazione del suo libro a Milano.
Michael Mann
Domanda. L’Iraq, suddiviso tra tre etnie, rischia di precipitare nella violenza etnica?
Risposta. Quella irachena è una situazione pericolosa, e non da oggi. Il regime autoritario di Saddam non lasciava spazi di espressione, ma non appena le etnie represse hanno intravisto la possibilità di un appoggio esterno il conflitto è esploso. È successo con i curdi, che si sono schierati con il nemico nella guerra Iran-Iraq, e con gli sciiti, che si sono sollevati alla fine della prima Guerra del Golfo. Quello di oggi è il terzo caso, e non mi sembra che gli americani abbiano un piano plausibile di ritorno alla normalità . Al momento dell’intervento non si sono resi conto che l’Iraq è un caso da Lato oscuro.
D. Però stanno cercando una soluzione, in termini di ingegneria costituzionale.
R. È vero. Da un lato c’è il progetto di uno stato confederale, con le tre etnie a controllare ciascuna il proprio territorio, dall’altro stanno sviluppando strutture di potere che prevedono la presenza di rappresentanti di tutte le etnie, una strategia che ha funzionato bene, per esempio, nell’Irlanda del NorD. Ma temo che sia tardi. Il problema di queste soluzioni è che difficilmente possono funzionare nella cornice dell’occupazione americana.
D. Perchè?
R. Negli ultimi mesi, con gli attacchi sunniti alla popolazione sciita, abbiamo già assistito a una prima escalation del conflitto etnico-religioso. I sunniti percepiscono ormai gli sciiti come traditori appoggiati dagli americani e il loro sollevamento ha tinte sempre più religiose e un appoggio interno crescente. Lo dimostra la parabola di un personaggio come Al-Zarkawi: i suoi attentatori suicidi, in un primo momento, erano stranieri; ora sono iracheni. Da un lato, insomma, gli sciiti pensano di poter trarre benefici dagli americani e, dall’altra, i sunniti si sentono con le spalle al muro. Una condizione estremamente pericolosa.
D. Agli americani consiglierebbe di ritirarsi?
R. Paradossalmente, ritirandosi indebolirebbero la posizione di Al-Zarkawi e l’escalation potrebbe fermarsi. Non possiamo ancora parlare del tentativo di cacciare gli sciiti da Bagdad, non siamo ancora alla pulizia etnica, però la situazione è simile a quella del Ruanda, con le stragi di tutsi che hanno preceduto il genocidio vero e proprio.
Fabio Todesco
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