Quanti uomini sarebbero disposti a fingersi Gay pur di salvarsi da un possibile licenziamento sul posto di lavoro?
Nella commedia "l’apparenza inganna", in scena al Teatro Manzoni di Milano, l’argomento si dipana attraverso la verve e l’ironia di Neri Marcorè, personaggio istrionico che si alterna disinvoltamente tra tv, cinema e palcoscenico.
Accanto a lui il genovese Ugo Dighero, nelle vesti di un cinico capo del personale e "macho" doc ma con recondite sfumature che nel tempo riveleranno una natura del tutto "diversa". La commedia, scritta da Francis Veber e tradotta da Edoardo Erba, rispecchia fedelmente il nuovo scenario delle discriminazioni aziendali, dove l’omosessualità diventa una bandiera da ostentare a discapito di chi, nello status della propria "normalità ", viene invece considerato solo un esubero.
Tutto corre sul filo dell’equivoco, dei doppi sensi, dell’imbarazzo che suscita l’argomento, nonostante i tentativi di stare al passo coi tempi. Marcorè rivela una mimica efficace e coinvolgente, non gli è da meno un sorprendente Dighero, che spazia con disinvoltura dal ruolo di "duro" a quello che, in qualche passo, lo accosta vagamente al personaggio di "Molina" (impersonato da William Hurt) ne "Il bacio della donna ragno". Assieme ai due protagonisti si alternano sul palcoscenico altri bravi attori che recitano con i giusti ritmi di questa spassosa commedia che, lo ricordiamo, nasce dalla trasposizione teatrale dell’omonimo film portato al successo da Gerard Depardieu nel 2002.
Divertimento assicurato, in due ore di spettacolo che fa ridere ma anche meditare; se è vero che l’apparenza inganna, è altrettanto vero (come viene detto nella commedia) che, a volte, per avere una visione differente delle cose, basta cambiare gli occhiali. A buon intenditor.
Al Teatro Manzoni di Milano
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