l’ infarto miocardico è un evento sfavorevole che può essere fatale. Non è una malattia ben definita perché può essere determinata da una serie di fattori: fumo, sedentarietà , ipercolesterolemia, diabete e perfino infezioni sono solo alcuni, a cui si devono aggiungere elementi di rischio su base genetica. È quindi un cocktail di fattori alcuni inevitabili, segnati nel nostro patrimonio genetico (la familiarità ), ed altri evitabili, perché dipendenti in gran parte dalle nostre cattive abitudini di vita ciò che genera quel coagulo di sangue (trombo) che, occludendo una coronaria, determina una necrosi di una porzione più o meno grande, più o meno critica del tessuto cardiaco, appunto l’infarto.
Le conoscenze dell’infarto miocardico si sono arricchite negli ultimi tempi tanto che il nome di questo male fa molto meno paura rispetto al passato. Una svolta importante, a partire da circa un decennio, è avvenuta in rapporto con gli studi denominati GISSI, sigla che definisce il Gruppo Italiano per lo Studio della Sopravvivenza nell’Infarto miocardico. Il GISSI è il frutto della collaborazione fra una fondazione di ricerca, l’Istituto di Ricerche Farmacologiche "Mario Negri" e l’Associazione Nazionale dei Medici Cardiologi Ospedalieri (ANMCO). Un primo studio ha dimostrato che sciogliere il trombo che ostruisce la coronaria, attraverso un farmaco fibrinolitico (rende solubile la fibrina che fa da substrato al coagulo), è una modalità attraverso cui è possibile diminuire la mortalità . Quanto più presto si interviene, dopo la sintomatologia dell’infarto, tanto più si ha la possibilità di aumentare la sopravvivenza: di circa il 50% se l’iniezione di farmaco è fatta entro un'ora e di circa il 20% se eseguita entro le dodici ore. Un passo ulteriore è stato eseguito in un secondo studio GISSI, associando il farmaco che scioglie il trombo ad un farmaco noto da molto tempo, l’aspirina (acido acetilsalicilico). l’aspirina blocca un enzima che produce un fattore (trombossano) il quale determina l’aggregazione delle piastrine, un'altra componente importante, insieme alla fibrina, nella formazione del coagulo. Proprio per questo suo meccanismo, l’aspirina è utile non solo nella fase acuta dell’infarto ma, a piccole dosi, anche per prevenire la formazione di un eventuale altro infarto. Questo ed altri studi GISSI hanno avuto la caratteristica di essere studi di popolazione, perché estesi a tutta l’Italia attraverso una rete di oltre 200 servizi cardiologici; sono infatti più di 50 000 i pazienti che sono entrati in queste ricerche le quali hanno segnato un miglioramento terapeutico non solo in Italia, ma in tutto il mondo. Il GISSI, rappresentando un felice connubio fra ricerca e pratica clinica, ha permesso di costituire un patrimonio di informazioni a cui è possibile attingere per realizzare ricerche avendo la sicurezza della attendibilità . È in questo contesto che si colloca lo studio compiuto dal Consorzio "Mario Negri" Sud, nell’ambito del Progetto Strategico del CNR sull’infarto del miocardio ("Basi sperimentali per l’ottimizzazione della terapia antitrombotica nell’infarto acuto del miocardio"), che ha avuto il privilegio di essere pubblicato sulla prestigiosa rivista New England Journal of Medicine.
La ricerca del Negri Sud dimostra per la prima volta che esistono su base genetica non solo fattori di rischio, ma anche fattori di protezione per l’infarto miocardico. Questo fattore protettivo è rappresentato dal polimorfismo genetico per il fattore VII, una proteina che è fondamentale per l’inizio del processo di coagulazione che sta alla base della formazione del trombo. Il 20% degli italiani ha il vantaggio di avere una "composizione" del gene responsabile della programmazione della sintesi del fattore VII con una variabilità tale da determinare una attività coagulante minore ma sempre nei limiti delle variazioni fisiologiche, altrimenti si avrebbe un rischio emorragico rispetto a chi non ha questo polimorfismo. A seconda del tipo di polimorfismo il rischio di infarto più essere diminuito da 2 a 16 volte rispetto al resto della popolazione. Questi risultati sono stati ottenuti su di un numero notevole di pazienti, oltre 400, e hanno dimostrato che il polimorfismo "protettivo" era presente in minore percentuale fra i pazienti che avevano avuto un infarto (e avevano familiari con infarto), rispetto a persone della stessa età che non avevano avuto infarto (e non avevano familiari con infarto). Le implicazioni di questa ricerca sono molteplici. In primo luogo, contribuisce a spiegare la minor incidenza di infarto fra gli italiani rispetto alle popolazioni nel nord Europa che hanno una minor incidenza del polimorfismo protettivo. In secondo luogo si prospetta la possibilità che vi possano essere altri fattori genetici che proteggono dal rischio infarto. Infine, queste ricerche suggeriscono l’utilità di ridurre l’attività del fattore VII come trattamento preventivo per soggetti a rischio d'infarto.
Qualsiasi sia il ruolo dei fattori genetici non si deve dimenticare che per il momento il modo migliore per una efficace prevenzione dall’infarto è ancora rappresentato dalle "buone" abitudini di vita.
di Silvio Garattini
Direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche "Mario Negri"
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