IL PUNTO G, il mitico punto del "piacere" femminile esiste. Lo ha rivelato uno studio realizzato da alcuni ricercatori dell’università dell’Aquila, guidati dal professor Emmanuele Jannini. I risultati sarnno pubblicati nel numero di luglio della rivista Urology. Attraverso l’analisi condotta su un campione di 17 donne in età di premenopausa, l’èquipe del professor Jannini ha riscontrato la presenza all’interno della vagina di numerose ghiandole di Skene, la cosiddetta prostata femminile, che sarebbero associate a un alto livello di fosfodiesterasi di tipo 5, il principale mediatore chimico dell’erezione maschile. La zona dove sono state riscontrate le ghiandole è quella della congiunzione tra il primo e il secondo terzo della vagina, proprio dove Grafemberg, il teorizzatore del punto G, aveva pensato che fosse. Inoltre il gruppo di ricerca de l’Aquila ha riscontrato la presenza di corpi cavernosi, del tutto simili a quelli dell’uomo, nella parte interna del clitoride, fino a corrispondere con la parete interna della vagina. Ma non tutte le donne che sono state esaminate avevano questo tipo di struttura, il 20 per cento di loro ne è infatti priva.
«Grazie a questa scoperta possiamo intervenire meglio nella cura delle disfunzioni sessuali femminili». È questo, a caldo, il primo commento di Tannini. «La presenza di alti livelli di fosfodiesterasi di tipo 5, associata con la presenza delle ghiandole di Skene, ci fa pensare che i meccanismi chimici dell’orgasmo femminile siano in buona misura simili a quelli maschili. Ora», ha aggiunto lo studioso, «possiamo capire meglio il funzionamento di questi meccanismi e intervenire in maniera appropriata, magari anche attraverso la prescrizione di farmaci che fino a oggi erano a uso e consumo degli uomini, come il Viagra. Ma un aspetto interessante», ha spiegato, «è che non tutte le donne che abbiamo analizzato avevano questa struttura particolare all’interno della loro vagina, e questo ci aiuta a capire come mai il 50 per cento delle donne non ha orgasmi. Ebbene», ha concluso, «il 20 per cento di loro non è attrezzata anatomicamente ad averli».
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