Quando studiosi di clonazione e cellule staminali s’incontrano per discutere delle loro esperienze, c’e’ sempre da aspettarsi qualche sorpresa. Le staminali, meravigliose unità primigenie, capaci di trasformarsi in qualsiasi parte del nostro organismo, sono senz’altro la merce piu’ ambita sul mercato delle speranze biomediche. Tutto appare possibile. Ha percio’ suscitato grande curiosità, i primi d’agosto, la notizia del vertice a Seoul tra i piu’ accreditati sperimentatori di clonazione terapeutica. Purtroppo, poco o nulla e’ venuto alla luce da quell’incontro quando sarebbe invece auspicabile un’informazione piu’ generosa su temi di tale portata.
Nel primo fine settimana di settembre, l’interesse si e’ spostato su una penisola al confine con la città portuale di Kobe, dove il governo giapponese circa un anno fa ha inaugurato il Centro Riken per la biologia evolutiva, e che nel frattempo e’ gia’ divenuto la piu’ grande struttura mondiale del suo genere, forte della presenza di cinquecento ricercatori. In occasione dell’Anno della Germania, gli ospiti giapponesi, insieme alla società Max-Planck e alla società di ricerca berlinese Schering, hanno invitato a Kobe alcune decine dei piu’ noti ricercatori sulle cellule staminali. L’incontro si e’ focalizzato sulla sperimentazione in biologia cellulare. Obiettivo comune della maggioranza dei convenuti e’ la riprogrammazione controllata della cellula. Il tema: “Cellule staminali nella riproduzione e nel cervello”. Fulcro dell’attenzione: le cellule staminali pluripotenti. Queste non sono in grado di formare un organismo vivente completo, ma possono trasformarsi in tutti i suoi vari tessuti, inclusi gli ovociti e gli spermatozoi. Delle cellule staminali, il professor Hans Schoeler, direttore del Dipartimento di Biologia Cellulare dell’Istituto Max-Planck di Muenster, dice che “nonostante le incognite attuali, un giorno saranno in grado di curare le malattie”. Gli studiosi invitati a Kobe sperano di trovare sostanze capaci di riprogrammare il nucleo di una cellula adulta per riportarla allo stadio di cellula staminale. E’ possibile che queste speciali proteine si trovino all’interno dei nuclei di ovociti o di cellule staminali. Oppure che siano attaccate all’esterno. La specialissima ambita proteina viene definita in vari modi: “pietra filosofale”; “sacro Gral”; “elisir dell’embrione”. Philippe Collas dell’Università di Oslo, gia’ alcuni anni fa ha trasformato cellule specializzate della pelle in linfociti T ( http://staminali.aduc.it/php_newsshow_443_0_ta_l25... ).
Sotto l’influsso dell’”elisir” si sono formate delle cellule “con forti analogie con cellule del muscolo cardiaco e di quelle immunitarie”, ha spiegato Collas a Kobe. Tuttavia, tutto quello che fa assomiglia ancora all’opera di un alchimista, ha ammesso. “La riprogrammazione di una cellula dell’organismo, per ora e’ una scatola nera”. Altri suoi colleghi hanno studiato le “nicchie”, ossia zone di animale, o uomo, in cui sopravvivono cellule staminali del sangue, per esempio. Sperano che possa essere un modo per concretizzare la riprogrammazione. Un’altra strategia ancora consiste nella fusione, in laboratorio, di cellule di pelle umana con staminali embrionali. A medio termine, Schoeler, come molti suoi colleghi, vede nelle staminali soprattutto la possibilità di “andare a scovare la malattia in provetta”. Un esempio? La mamma di un bambino affetto da malattia neurologica d’origine genetica, potrebbe donare un ovocita, in cui verrebbe trasferito il nucleo di una cellula del figlio. Le cellule derivanti dall’unione presenterebbero lo stesso difetto genetico. E cosi’ si potrebbero differenziare le cellule staminali malate da quelle sane per individuarne le caratteristiche e cercare di capire il percorso della malattia. E un giorno, forse, riuscire a sconfiggerla. E’ quanto si ripromette Schoeler.
Al margine del convegno, due colloqui. Uno con il vicepresidente della società Max-Planck, Herbert Jaeckle; l’altro, con uno dei pionieri della clonazione terapeutica, il sudcoreano Shin-Yong Moon.
Il professor Jaeckle, che dirige il dipartimento di Biologia Molecolare all’Istituto Max-Planck di Gottinga, e’ convinto che un giorno con le cellule staminali sarà possibile ottenere tessuti di ricambio. “Sono assolutamente sicuro che funzionerà. Ma sono altrettanto sicuro che il traguardo non sarà raggiunto ne’ in cinque ne’ in dieci anni”. Insiste soprattutto sul fatto che oggi nessuno sa che cosa succeda davvero delle cellule staminali lasciate in coltura per settimane o mesi. “E quand’anche si riuscisse a trasformare cellule staminali embrionali in cellule produttrici d’insulina, come potremo verificare che queste cellule si comporteranno come noi vorremmo? Quanti, delle centinaia di geni contenuti in una cellula dovremmo analizzare per comprendere se funzionano correttamente? Ne bastano cinque? O dieci? O quindici? Alla fine si deciderebbe comunque in modo arbitrario su quando smettere con le verifiche”. Jaeckle ha ancora altre frecce nella sua faretra. “Come fare a sapere per quanto tempo le cellule riprogrammate saranno in grado di svolgere il loro compito?” Del resto, nessuno sa che cosa avvenga durante il processo a ritroso dallo stadio adulto a quello embrionale. “Che la cosa funzioni e’ gia’ di per se’ straordinario”, ammette. In fondo, e’ qualcosa che in natura non esiste. In natura succede il contrario: un sistema ben congegnato fa si’ che l’ovulo fecondato si sviluppi in un insieme organizzato di miliardi di cellule, le quali provvedono a formare un organismo adatto a riprodursi. Come tutti gli altri ricercatori sulle staminali, il professore di Gottinga rileva che se si dovesse arrivare un giorno al punto sperato, nel paziente si dovrà trasferire solo cellule differenziate, in nessun caso cellule indifferenziate. E questo per non rischiare che si formino teratomi, ossia escrescenze tumorali. Cio’ non toglie che dalle staminali Jaeckle si aspetti importanti passi avanti per la medicina. Cosciente, com’e’, che “anche la prima pillola contraccettiva o il primo trapianto di cuore ebbero un esito catastrofico”. In veste di responsabile dell’Istituto Max-Planck, egli esorta comunque i ricercatori a non suscitare eccessive speranze nell’opinione pubblica. “Gli scienziati lavorano in questo campo perche’ sono convinti che un giorno funzionerà. Ma e’ una strada terribilmente lunga, di cui molti non riusciranno a vedere la fine”. Per ora la cura con le cellule staminali e’ solo una dichiarazione d’intenti della scienza. “Purtroppo alcuni dimenticano di dirlo con chiarezza”, conclude Jaeckle.
L’atteggiamento di Shin-Yong Moon appare piu’ rilassato. Alcuni mesi fa, il ricercatore sudcoreano e il suo collega Hwang presentarono al mondo la prima coltura stabile di cellule staminali embrionali ottenute dalla clonazione di cellule umane. A Kobe, Shin-Yong Moon non ha parlato di nuove linee cellulari ne’ di altri risultati conseguiti. Per conoscerli, bisognerà aspettare eventuali pubblicazioni ufficiali. Ha pero’ mostrato delle impressionanti immagini di cellule cardiache pulsanti e di cellule produttrici d’insulina, ottenute a Seoul da cellule staminali embrionali. “Per ora, l’esperienza piu’ significativa che abbiamo fatto e’ che le cellule staminali con l’andare del tempo accelerano il ritmo del loro moltiplicarsi e, contemporaneamente, perdono parte della loro capacità di differenziarsi in modo controllato”. Cio’ significa, secondo lui, che per una coltura cellulare i primi passaggi sono decisamente i piu’ idonei. E questa sua osservazione coincide con le analisi genetiche effettuate su nuove linee di cellule staminali, i cui risultati sono stati pubblicati alcuni giorni fa da un’èquipe internazionale nell’edizione online di Nature Genetics. Col tempo, nelle colture di cellule staminali si accumulano delle mutazioni: evidentemente le cellule invecchiano malgrado la loro apparente capacità di rinnovamento illimitato. Oltre ad altre mutazioni rilevate in alcune delle linee cellulari, in quasi tutte sono state osservate modificazioni epigenetiche non molto significative, ma comunque tali da suscitare il timore di possibili modifiche importanti, in particolare l’insorgenza di teratomi. Shin-Yong Moon e’ convinto che i tempi non siano ancora maturi per l’applicazione clinica. Ad ogni modo, le esperienze fin qui condotte sulla riprogrammazione cellulare portano piu’ acqua al mulino della clonazione terapeutica che non al suo contrario. Diversamente dalle biobanche esistenti in Europa, Asia e America, dove le cellule staminali sono depositate e aumentano con gli anni, i progetti di clonazione terapeutica prevedono l’impiego di cellule staminali sempre fresche, ricavate direttamente dalle cellule del paziente, fatte moltiplicare e subito trapiantate.
Il punto che in conclusione merita di essere sottolineato, ci pare la considerazione espressa da Shin-Yong Moon, ossia che le conoscenze attuali non consentono ancora di dire quale sarà la tecnica che alla fine vincerà la partita: se la clonazione terapeutica, piu’ vicina ai coreani, o la riprogrammazione cellulare di cui si e’ discusso a Kobe.
Moon: “I tempi non sono ancora maturi”.
Rosa a Marca
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