"Le Prisonnier" di Anselmet

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Tempo fa mi capitò di bere i vini di Anselmet e ne scrissi.....“Nella ricerca di vini italici che stupiscano, vorrei segnalare un produttore valdostano fino a qualche tempo fa misconosciuto e solo da un paio d’anni salito alla ribalta del firmamento enologico nazionale per i suoi chardonnay“èlevè en fut de chene“:Anselmet.

Fondata da Renato, un bonario signore che ricorda nelle fattezze Ernst Hemingway, e condotta con mano sicura e piglio innovativo dal figlio Giorgio, la maison Anselmet produce vini di indiscusso fascino. L’impronta spiccatamente familiare dell’azienda richiama epopee dal sapore antico.


Sui contrafforti che salgono a terrazze dall’alveo della Dora Baltea su entrambi i versanti contrapposti di Villeneuve e St. Pierre, gli Anselmet hanno avuto l’ardire di coltivate syrah(Henry) e Traminer(Stephanie) ma poi hanno concepito una sorta di Amarone della Vallèe, Le Prisonnier(Un malcelato richiamo alla Recherche di proustiana memoria?), da uve autoctone:Petit rouge, Cornalin, Fumin, Mayolet.

Come dire passato e presente, tradizione e innovazione.
Vi esorto a berli i vini di Anselmet, come ho fatto io.

Prima irretito dai racconti di un mio fraterno amico, Maurizio Acquaviva, trasferitosi ad Aosta dalla natìa Foggia e residente in una casa che guarda i vigneti della maison. La condizione privilegiata di dirimpettaio lo ha portato ad avvicinare e a stringere un’amicizia col patriarca di casa Anselmet.

Poi conquistato dalle bottiglie che periodicamente l’amico mi reca nei suoi viaggi verso sud.

Ho potuto così apprezzare soprattutto gli chardonnay della maison Anselmet“
A distanza di un anno e dopo un’attesa breve dall’entrata in possesso del campione, è giunto il momento di degustare il vino di punta dell’azienda:Le Prisonnier, millesimo 2009. Doveroso un primo ammostamento orale, di indubbio valore preparatorio.
L’irriducibile Bevitore d’Alta quota e sodale di bevute che ha condiviso l’impresa ha proposto un apripista inconsueto ed esotico:il bianco Rkatsiteli 2011 dell’azienda georgiana Pheasant’s Tears. I luoghi evocati dalla bottiglia sono certamente i più affascinanti e misteriosi che la viticoltura mondiale possa vantare. Siamo quasi certamente nella culla del vino e il vitigno proposto, il Rkatsiteli, sembrerebbe affondare le proprie origini addirittura al 3000 a.C. Come se non bastasse siamo al cospetto di una conduzione agronomica biodinamica e di una tecnica di vinificazione che contempla fermentazioni alcolica e malolattica spontanee in anfora con lunga permanenza sulle bucce.
A livello organolettico è stata una rivelazione. Della risma dei cosiddetti orange wines, ha mostrato un naso deciso dai profumi speziati netti e taglienti, soavemente ossidati, subito ritrovati nel gusto un pò acido ma dalla sapidità entusiasmante. Un vino dalla beva golosa.
Siamo finalmente passati al nettare di Anselmet conosciuto come Le Prisonnier .
La vigna d’origine è un giardino di precipiti terrazzamenti incastonati in due contrafforti rocciosi. Le rocce che imprigionano gli alberelli creano un microclima speciale. Doppia l’escursione termica:quella diurna e la notturna ingenerata dal lento rilascio del calore incamerato dalle rocce. Gli sbalzi di temperatura producono il dilatarsi e il restringersi degli acini e il conseguente ispessimento della buccia. Il risultato è il conferimento alle uve di un corredo polifenolico di primissimo ordine. Il marcato soleggiamento e il freddo imperioso recano altresì un naturale bilanciamento fra acidità e portato zuccherino. Il resto lo fa l’appassimento in termini di concentrazione degli estratti, come dettato da metodi documentati fin dall’800. Si passa alla degustazione. A primo acchito, visivo, odoroso, gustativo, colpisce lo splendore della sua originalità e nel contempo della sua ortodossia. I vitigni autoctoni gli conferiscono un profilo unico, mai sperimentato fino ad ora. I frutti rossi, amarena in primis, sono minuti e numerosissimi. La loro fruttuosità è amplificata dalla concentrazione degli estratti dovuta al suolo povero e siccitoso. In bocca è un’esplosione di gusto. Ben presenti le nuances dovute al rovere d’elevazione. Su tutto, un mirabile equilibrio. Ne consegue un sorseggiare sereno, opulento. E’ un vino che sulle prime intriga ma presto ci si abbandona alle sue coccole .La sua qualità principale, più che l’eleganza e la raffinatezza o il frutto più o meno conciato, è forse la debordante, tracimante, irresistibile piacevolezza.

ROSARIO TISO
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