Il problema non è quali siano le proprie opinioni...parafrasando Voltaire darei la mia vita purchè anche l’ultimo degli esseri umani potesse esprimerle...ma come vi si giunge.
In un campo come quello vinicolo...ludico,gioioso,funzionale ai bisogni e ai desideri dell’uomo senza peraltro essere necessario alla sua esistenza...bisogna credere alla supremazia della ragione.
Se questa dovesse condurre a conclusioni in linea con l’ortodossia imperante,bene.Se maturassero posizioni intellettuali condivise dai più,tanto meglio.Altrimenti va concesso alle precedenti fermissime convinzioni di scivolare nel regno del dubbio.
Quel che è certo è che non c’è cultura dove si attinge in maniera estemporanea al grande serbatoio del sapere universale.Solo la sistematica ricerca porta alla consapevolezza della profonda ignoranza in cui versiamo.
Apprendere significa salire su di un’ipotetico crinale dove,ad ogni successivo e più alto pianoro,si aprono orizzonti sempre più vasti.Al cospetto di tanta ulteriore infinità ci si può perdere(...tanti,troppi lo fanno riducendosi a cani che si mordono sempiternamente eccitati la coda...)o trovare fiato per innalzarsi ancora di un livello lungo il sentiero irto e tortuoso della continua scoperta.
La fine poi sopraggiungerà lo stesso.La nostra natura umana contempla un limite.Ma avremmo provato a sfiorare la materia divina,laddove si ergono le più alte vette della sperimentazione scientifica e dell’afflato spirituale,giocando a possederne una scheggia,ad incarnarne un lampo.
Per questo aborro il gusto monotematico,l’idea guida “blindata“ sulle tracce del piacere enoico.
Troppe sono le variabili dell’estasi sensoriale indotte dal frutto della vite.Ad ognuno il diritto-dovere di provarle tutte,rischiando lo smarrimento e la confusione.
Ma c’è da essere certi che dal rimestare assiduo nella fucina delle innumerevoli possibilità,presto o tardi,scaturirà una sintesi superiore e più complessa ed una verità più profonda.
Questa è la ragione per cui l’assaggio dell’ Idem bianco 2000 di Feudi di S.Gregorio risalente al 2002(...non in valore assoluto ma in quanto foriera di molteplici sviluppi...)è stata la mia più grande esperienza organolettica.
Eppure ho bevuto Gaja e il Sassicaia,Chateau Margaux e Cheval Blanc,Yquem e l’Aszù Essenzia,Valentini e Gravner.
Ma nessun vino mi ha regalato emozioni,mi ha dispiegato mondi,mi ha insufflato speranze ed entusiasmi come una delle più riuscite realizzazioni di Mario Ercolino.Blend sapientemente bilanciato di uve autoctone e alloctone,l’Idem bianco è stato un pallone aerostatico gustativo che mi ha proiettato in una dimensione del frutto ignota,mai tentata,dal cristallino splendore e dalla smagliante opulenza,coniugante mediterraneità ed esotismo,dove si resta estasiati come al cospetto di mari smeraldini mai visti.
Certo,senza l’articolo in cui Luca Maroni ...in un remoto numero di “The Taster of Wine“...attribuiva al vino il massimo punteggio nella sua personalissima scala di valori(...99 punti per 33 di consistenza,33 di equilibrio,33 di integrità...),non mi sarei mai accorto di un tale fuoriclasse in circolazione.
Ecco la critica enologica che fa crescere!Capace...senza il racconto di origini mitiche o dogmi,di nobili lignaggi o percorsi esoterici...di indicarti una strada percorribile e aperta a tutti i palati perché inizia e finisce nel bicchiere.
E’ lì che si gioca la partita del gusto:basta esercitarsi a rispondere ai sensi senza infingimenti e a chiamare le cose col proprio nome.
Ora quel vino non esiste più.Ragioni oscure ne hanno impedito la sopravvivenza.Ora che non può più sbaragliare il campo in singolar tenzone,c’è chi lo denigra come esempio di costruzione vinicola artificiosa e “muscolare“,ottenuta con tecniche di cantina “borderline“,più che esaltarlo per virtù congenite relative all’eccellenza del frutto costitutivo e alla sapienza enologica di trasformazione applicata.
A beneficio di chi parla avventatamente di “succo di frutta“ mi limiterei ad osservare che un’uva pigiata,passante per una macerazione pellicolare ed una fermentazione alcolica,svinata ed affinata in bottiglia è “vino“ al pari del liquido scaturente da mosti solfitati,corretti,stressati,alfine liberato dalle parti solide e poi conciato in lunghe ed estenuanti maturazioni lignee.A chi argomenta che il grande vino deve sfidare i decenni opporrei una banalissima obiezione:il fine ultimo di un vino è quello di essere bevuto,giammai di essere atteso o... peggio ancora...contemplato.La tempistica non è un valore,semmai una necessità!
La lezione dell’Idem bianco resta.
Per la realizzazione di un grande vino creatività,passione,dinamismo,competenza,scienza e approccio rigoroso nella conduzione della vigna e della cantina servono più di “pedigree“ polverosi,tradizioni obsolete,“sapienze“ mai vagliate al fuoco di una critica enologica “super partes“.
Come è avvenuto per l’Idem bianco.Come lo sarà per tutti quei nettari che non si proverà a far diventare l’alter ego di qualcun’altro e che gli dei ci invidieranno.
Faranno...spiriti liberi anch’essi...storia a sè.
ROSARIO TISO
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