E’ notte.La città è deserta.Da tempo non la vedevo così bella,silente e magica di luci.
Gli alberi sembrano più grandi e assumono forme drammatiche sotto il fioco bagliore dei radi lampioni accesi.
L’unico suono è quello dei miei passi.
Nella mente si assembrano ancora le ultime emozioni vissute e le ultime parole pronunciate sul terrazzino di “Casa Marino“ in compagnia di Antonio e Mariarosaria.
Tematiche importanti,di vita e di morte,discorsi appassionati intervallati da un delicato scambio di amorosi sensi.
E’ sempre più bello stare insieme e tirare a far tardi!
Con una lunga passeggiata nelle vuote e conosciute strade,viste nella parossistica animazione diurna e gravide di memorie,la serata volge al declino nello stesso segno che l’ha innescata:le “radici“.
Ognuno di noi ha una parte dell’anima costantemente protesa alla ricerca delle “origini“,di quei moti arcani e interiori da cui scaturisce la nostra personalità.
La “casa“ è il luogo delle “tracce“ in cui si asserpano il maggior numero di rimembranze.E la “casa“ richiama per analogia un focolare acceso e una cucina sfrigolante di odori.
Così,mangiare un piatto della tradizione può diventare un viaggio sul crinale dei ricordi alla ricerca di noi stessi,delle nostre più misteriose coordinate spirituali.
A “Casa Marino“ è andata in scena una ricetta tipica salentina:“Pezzetti di Cavallo“.....
La cucina salentina è,per antonomasia,povera e agreste e la carne risultava in genere troppo costosa per le esigue finanze della popolazione rurale.Il cavallo era molto diffuso per il lavoro nei campi e il trasporto di masserizie e,quando sopraggiungeva la vecchiaia dell’animale e veniva meno la sua utilità,se ne mangiavano le stagionate carni.
Da qui nasce la ricetta che ha caratterizzato l’ennesima esperienza gustativa degli amici di “Casa Marino“.
Preparata con maestria dalla zia di Fabio Guzzo,(ce la figuriamo bonaria e alacre nell’effettuare la preparazione...)si presentava cotta a puntino in una casseruola ricolma dove pezzetti di cavallo e involtini di cavallino galleggiavano in un sugo spesso e untuoso,quasi “bruno“ nel colore compatto e consistente,per via di una cottura senza aggiunta di acqua con le sole cipolle,sedani,carote,sale e un pizzico di pepe a maritarsi col pomodoro.Ad accompagnare la possente libagione,un pane abruzzese dalla trama fitta e dal sapore lieve,ideale per raccogliere ed assorbire l’abbondante portato liquido della pietanza.
Nell’immergere il pane e le dita nei piatti,un moto primario ed istintivo ha percorso come un brivido i sensi.La gestualità antica dell’intingere il pane(quasi sacrale nelle sue connotazioni religiose...)ci ha riportati indietro nel tempo,nel dominio dei principi esistenziali e nell’estatico vagheggiamento del passato.Quante mani accaldate e stanche hanno compiuto gli stessi gesti;quanti visi segnati e sfibrati dalla fatica hanno fissato con la medesima voluttà la ricca pietanza del giorno di festa,attesa per appagare appetiti mai sazi.
Il cibo come punto di memoria.
L’antica ricetta della saggezza contadina evoca voci di altre età.Ci si chiede attoniti da quali semi,sparsi da ignoti venti,possa scaturire il senso di dolcezza che ci pervade.
E la gioia illumina gli occhi di tutti noi.E il cibarsi insieme diventa fondersi in uno.Nel silenzio s’ode solo il delicato fruscìo dei sentimenti.
I vini servono solo ad accrescere il piacere,ad amplificare i toni.L’alcol monta le sensazioni rendendole barocche.I profumi le nobilitano.L’opulenza del tatto le danno corpo.
Da un sicuro Neromora 2008 di Vinosia,apripista di fruttuosità esplosiva,si passa allo sconosciuto Jamè 2008 della Fattoria Teatina.
E’ una sorpresa assoluta.Un’altro Montepulciano d’Abruzzo di sfavillante nitidezza gusto-olfattiva.
Poi,a fronteggiare un succulento formaggio “ubriaco“,l’esperienza del Vigna Vitrilli Grande 1997 di Apollonio.Settantadue mesi di “rovere“ lo accostano a pochi altri in Italia e nel mondo.Estenuante affinamento d’altri tempi per un classico uvaggio dell’enologia pugliese:negroamaro,primitivo e aleatico.Il risultato è un vino spogliato di tutte le caratteristiche organolettiche che richiamano la freschezza e il portato estrattivo primigenio.Vino esiziale nella struttura,nonostante i 15 gradi alcolici,è in una fase in cui decisamente assomiglia ad un Porto Vintage di gran classe.
Sono vini per estimatori dell’ “ossido“,da amare per quello che sono diventati nella trasformazione profonda indotta dal tempo e che ha conciato il frutto in entità più eteree,eleganti,raffinate,diàfane.
Vino da meditazione che rende pleonastico il passaggio ad un Sauternes 2005,quello di Thomas Barton,risultato francamente deludente.Servito fresco ha comunque svolto dignitosamente il compito di supportare una fresca anguria ed un gelato.
La serata è planata su di una conversazione sussurrata ed è stato quasi un ritrovarsi...con la placida ricomposizione dei gusti...in un finale irradiante di piacere.
ROSARIO TISO
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