SESTO A QUINCONCE 2006

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Vecchio di mille degustazioni,trovo sempre più complicato sgombrare la mente e il cuore dal ginepraio del già vissuto per presentarmi vergine al cospetto di una nuova esperienza.

Cosa mi aspetto dal “Sesto a quinconce“ 2006 di Vinosia?

(“Una piccola notazione agronomica:L’antica coltivazione ad alberello trova la sua massima espressione,anche estetica,nella disposizione a quinconce-dal latino quincunx-che consiste nel disporre cinque piante,quattro delle quali come ai lati di un immaginario quadrato,e una al centro,esattamente come è raffigurato il numero cinque sulla faccia di un dado.La piantagione di un vigneto ad alberello a quinconce costituisce una sorta di griglia che ci dà un’immediata e al tempo stesso piacevole lettura del paesaggio“...Parola di Salvo Foti!)

L’attribuzione di un giudizio così lusinghiero(uno dei pochi “99“ di Luca Maroni...)e i numeri “paurosi“(alcol,estratto secco...)contenuti nella sua scheda tecnica,fanno presagire una bevuta epocale.
Si sa che le aspettative hanno il difetto di bruciare gran parte delle energie creative.Occorre alleggerirle e predisporre qualcosa di diverso che concorra a disvelare l’autentica anima del vino.

Per assaporare le mie umili felicità di allegro adoratore di Bacco ,per il “Sesto a quinconce“,sovvertirò il mio semplice e consueto rituale del gusto,non per questo rendendolo meno solenne.
Le emozioni,sempre suscitate da campioni di tale levatura,che di solito coronano un percorso fatto d’attenzione,passione,concentrazione,le anteporrò all’analisi organolettica propriamente detta,sciogliendo le briglie ai sensi e ricercando innanzitutto il piacere.

Poi,chiamando a raccolta esperienza,cultura,ricordi,proverò a meglio definire i contorni di un’immagine “edonisticamente“ già abbozzata.
Nell’atto di aprire la bottiglia...con un’accenno volatile di sapore-aroma sottilmente penetrante...sfiorante appena le consapevolezze del gusto...m’investe un appagamento ipotetico.Rintuzzo la sensazione:voglio che il vino mi parli prima direttamente,senza il concorso dell’immaginazione,nel cerchio della coppa,al riparo da remote suggestioni.
Dopo averlo versato e osservato,come si contempla un dipinto,affondo le narici nel calice,fin sopra la superficie del liquido nerastro,mentre faticosamente scorre lungo le pareti del bicchiere.Un glicerinoso freno fa balenare l’idea di una sorta di via di mezzo fra lo stato “solido“ e quello “liquido“:con il “Sesto a quinconce“ sembra si debba inaugurare un nuovo “stato“,ancora tutto da codificare.

Poi...dalla prima snasata al primo sorso...una lunga fase di puro godimento gusto-olfattivo,ingenerato dal versante istintuale dei sensi,dove si registra soltanto il ventaglio delle svariate declinazioni del piacere.
E’ quello che amo di più in degustazione:abbandonarmi ai sensi...e mai vorrei lasciare questa dimensione!
Ma,si sa,la parte razionale di noi,prima o poi,reclama la scena.Quel che la razionalità spesso ignora è che il classificabile è infinito e soprattutto incerto per via di quelle incognite che albergano nelle pieghe della coscienza e dell’anima,risultando imperscrutabili e oscure.

Quante sensazioni,concetti,emozioni non trovano parole che possano tradurle?
Per esperienze come il degustare una bottiglia di tal fatta non si può che invocare e ricorrere alla condivisione.E’ come quando ci si ostina a disquisire di Dio:inesprimibile...non resta che cercarlo da sé!
Il “Sesto a quinconce“,più che di ampollose ed iperboliche descrizioni, richiede di essere bevuto e non per trovare riscontri:parlerà la lingua di ciascuno,nella multidimensionalità che lo riveste e gli appartiene,ed ognuno capirà il messaggio universale della bontà nella propria,personalissima interpretazione.
A me ha raccontato...banalmente...di cure maniacali in vigna per ottenere un’uva principesca capace di generare un vino dal colore insondabile che non cede nemmeno sull’unghia,impenetrabile e fitto.Fittezza che si ritrova tutta e ancor di più in una trama olfattiva e gustativa dall’impatto saturante di frutti rossi e neri,in confettura e distillati, vaniglia,cacao, cioccolato, tabacco.

Non una nota stonata.Non una vena ossidata.
Una maestosa sinfonia dove l’assolo...che pure c’è nel rincorrersi di “nuances“ prima fruttate,poi speziate e tostate...non è mai prevaricante in un contesto di equilibrio supremo,un polifonico coro di note odorose e gustative armoniosamente fuse che si riverberano compatte sulla volta palatale quasi fossero musica liquida.
Siamo al cospetto di una scienza enologica di trasformazione ed elevazione spinta a livelli di perfezione tecnica mai visti prima,qualcosa che travalica la sapienza tramandataci da generazioni di facitori di vino.
E’ in atto il tentativo di realizzare il sogno di ogni enologo:conseguire l’immigliorabile vinicolo.
Non trovo nella memoria storica dei miei assaggi,in verità ben poco novero per quantità e qualità,qualcosa che possa richiamarlo.Forse le altre “creature“ di Mario Ercolino potrebbero somigliargli.Ma ad un registro più basso.
Il “Sesto a quinconce“ resta un “unicum“ nel suo genere:a simili intensità raramente si è pervenuti e si perviene e di fronte alla compatta massa vinosa che si presenta nel bicchiere l’approccio più conveniente è la resa al cospetto della signoria dei sensi e non la fredda,fallace,limitata,limitante analisi intellettuale.
E’ un vino da meditazione,voluttuoso e opulento,che non necessita...per ammaliare...del passo lungo della finezza e dell’eleganza.


ROSARIO TISO

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