Da molti sentieri,infiniti passi si asserpano al luogo convenuto:al wine-bar Cairoli di Foggia scocca l’ora dell’incontro fra “Bevitori Randagi“,del primo Martedì del mese...di ogni mese...consacrato al Dio Bacco.
L’intento è quello canonico:bere insieme;bere bene.Con un’attenzione possibilmente nuova all’ombra del recente passato enologico.
Perché una bevuta importante,di un vino presunto tale,per quanto “randagia“,innesca dinamiche valutative di natura comparativa nella dimensione esperienziale di ciascuno.
Il bevitore smaliziato potrebbe rinvenirvi certi clichè organolettici:colore saturo e iridescente,“bouquet“ polifonico,gusto pieno e persistente.
Ma chi sa apprezzare le sfumature si accorge che sono clichè con una fruizione differente.Tra le pieghe del consueto spesso serpeggiano inedite suggestioni.
C’è qualcosa di diverso in questo vino,cosa sarà mai?
Forse una terra che imprigiona moltitudini di fossili marini e che stratifica secoli di storia nei suoi umori?
Forse i venti del sud,venti nostri,che recano lo spirito salino del Mediterraneo?
O l’impronta del “genius loci“ evocato dalla sensibilità del vignaiuolo in amorosa relazione con la natura e le sue forze?
Certo è che non sono bastevoli miriadi di nominalizzazioni tecniche a spiegarlo.
Sono poveri interi patrimoni lessicali per raccontarlo.
I vini che sanno dare emozione non sono mai banali o costruiti.La verità è rivelata dalla pienezza organolettica che sanno dispiegare in quel di bocca,dopo innumerevoli e promettenti presagi visivi e olfattivi.
Ogni vino amerebbe serbare il suo mistero.Ma non sa resistere alle lusinghe e alle seduzioni di un autentico intento esplorativo.
Non è da tutti comprendere quale importanza riveste l’approccio umano e psicologico nell’accostarsi ad un nettare sconosciuto.Se si è liberi di credere ai sensi allora saranno udibili melodie gustative negate a freddi mestieranti e a bevitori frettolosi e superficiali ipnotizzati solo dal tono monocorde e stucchevole della loro supponenza,specie se sono della razza di quanti languono racchiusi in steccati ideologici e che si dilettano a discriminare,mettere all’indice,stilare classifiche per dare un senso all’angustia del loro piccolo universo.
Una perdita certa,man mano che si procede sulla strada della cultura e della crescente consapevolezza,va considerata:scolora la connotazione brillante della novità nella meravigliosa,spensierata capacità di godimento che è propria degli esordi nell’arte di degustare un vino.
Il piacere marginale declina sempre più.
Coltivare un gusto “aperto“ e onnicomprensivo è l’unico antidoto al progressivo sbiadimento degli entusiasmi e della vividità delle sensazioni.
C’è chi colleziona vini,contentantosi di percorrere la superficie piana e ovvia di una bellezza o di una bruttezza evidenti per quanto inspiegabili in se stesse.
C’è chi invece accetta di farsi sorprendere da uno o più dettagli,cercando nel loro profilo organolettico il cammino verso uno spirito che si crede celato dietro l’apparenza.
In un vino,specie se di provato lignaggio,non esistono poche voci ma una pluralità di discorsi,talvolta espressivi fino ai limiti dell’ineffabile.
La sua autenticità e originalità non la si trova seguendo metodi d’analisi codificati o facendosi preventivamente delle idee:è sempre un incontro con la propria sensibilità colta alla sprovvista.
Prerogativa di un vino del territorio è raccontare la vita di tutti e di ciascuno.Il Fiano Minutolo,sfuggito all’efferato morso dell’oblio,è riemerso attraverso l’azione di eroici cercatori e la tenacia di irriducibili piante centenarie sparse quà e là a punteggiare la valle d’Itria.
Nessuno sa la direttrice prima del vitigno nel suo lento peregrinare lungo le assolate terre del sud.
Fu per imperioso volere di Carlo d’Angiò che giunse dall’Irpinia o per l’azione lungimirante di Federico II di Svevia che dalla Daunia si trasferì nella Campania Felix?
Certo è che il neutro Fiano poco ha a che vedere con un vitigno quasi aromatico che in Calabria diventa il magico Greco di Bianco.La corona di ricchezze ampelografiche della Puglia può vantare un’ulteriore,impareggiabile gemma.
Stasera,al cospetto di otto bevitori autenticamente “randagi“(Angelo Perilli,Valentina Chiango,Sandro Maselli,Pina l’Altrelli,Rosario Tiso,Michele Del Principe,Damiano Caracozzi e Matteo Pazienza)tocca al RAMPONE 2009 dell’azienda “I Pastini“ aprire le danze.Fiano Minutolo in purezza,sorprende per acidità,sapidità e facilità di beva.
Poi è la volta del secondo bianco della serata:il KARMIS 2010 di Contini.Il “naso“ talentuoso di Sandro coglie un’identità olfattiva con una classica birra stile “weizen“,ribadita da un’attenta Valentina.E’ un’illuminazione!Constatiamo sentori floreali e fruttati in un profilo olfattivo che sembra un concentrato di fresche e giovani fragranze.Al gusto sembra di suggere una succosissima caramella.
Il PINOT NERO 2008 di Bouchard Ainè e Fils funge da
ponte fra i bianchi e rossi più strutturati.Piacevolmente odoroso,non lascia particolari tracce nella memoria degli astanti,pur suscitando un qualche interesse.Si passa senza indugio al primo dei due sangiovese:il CASTELLO DI BROLIO 2003 di Ricasoli.
Il Castello di Brolio è un nido di aquile.Quando vi giunsi per la prima volta rimasi soggiogato dalla sua imponenza e compresi appieno il suo fascino senza tempo.A cominciare dal luogo.Anticamente col termine Brolio si identificava “una tenuta selvosa“ a far da cornice ad un castello,sovente principale abitazione del signore del posto.Se poi ad abitare un simile maniero è la famiglia d’Italia col più antico legame con il vino,i Baroni Ricasoli,ad ammaliare è la stessa Storia nella sua maestosità.Dal 1141,così recitano gli annali,i Ricasoli entrarono in possesso del Castello di Brolio.Con Bettino,illustre politico nonché ricercatore e imprenditore vitivinicolo,nasce il Chianti.Era il 1872 quando il “Barone di ferro“ fece sposare il Sangiovese,in quota maggioritaria,col Canaiolo e la Malvasia.L’idea era di realizzare un vino di corpo e nel contempo complesso e suadente.Adesso la Malvasia non c’è più.Ma la qualità ha spiccato il volo verso vette impensate fino a pochi decenni fa.
Fino ai nostri giorni.Fino a questa versione del 2003.Spettacolare il passo del Sangiovese pressoché in purezza.Nel terroir del Chianti mostra una finezza impareggiabile.Ma su tutto incombe un tannino non perfettamente integrato,ancora ruvido,ancora graffiante.
Il successivo SANGIOVETO 1999 di Rocca delle Macìe rafforza la scìa tannica lasciata dal campione precedente.
Si finisce per percepire a stento l’armonico bilanciamento fra durezze e morbidezze del vino che il lungo affinamento in bottiglia ha saputo centrare.Il cavo orale è pervaso da una diffusa astringenza e la piacevolezza ne risulta pesantemente penalizzata.
Giunge alfine il momento dei Taurasi.Si comincia con il NERO NE’ 2005 di Romano Soccorso detto “il Cancelliere“.Senza tema di smentita si può definire la vera sorpresa della serata.Corposo,equilibrato,ancora fresco e palpitante di frutto,ha nella franchezza dei profumi e nella struttura tipica degli aglianici di Montemarano(la zona più alta della denominazione,dove le vigne allignano ad oltre 600 mt. di altitudine,le escursioni termiche sono importanti,i chicchi d’uva piccoli,dalla buccia spessa,con un corredo polifenolico di prim’ordine)i suoi punti di forza.
Nessuno osi accostarsi impreparato al mito:ecco l’incedere trionfante del Taurasi Radici Ris.2004 di Mastroberardino.
Senza avvertire il brivido della Storia non si gode appieno della sua beva polifonica.Tutti i registri risultano pervasi:in principio quello gustativo;poi i sensi si adagiano su di una sorta di letto balsamico striato di note eteree.Una terziarizzazione dolce,piena,compiuta,da vero fuoriclasse che attraversa il tempo dominandone le anse tortuose e le asincronie e guadagnandone le sottili armonie.
La chiusa è affidata alla fascinosa vernaccia di Oristano ANTICO GREGORI di Attilio Contini.Le papille gustative dei più,ormai stremate,poco hanno colto della finezza derivante dal marchio del “flor“,lo spesso strato di lieviti esausti che ricopre il vino nelle botti scolme conservate nei freschi e fondi sottosuoli oristanesi.Un’ottimo Brandy passa addirittura inosservato per sensi ormai ottenebrati dall’immane portato alcolico della serata.Ci si ritrova a bicchieri levati così come si era cominciato,nella palpabile soddisfazione di tutti.
Per finire una nota personale:sono diventato sommelier.Quanto l’ho sognato è difficile da spiegare.E’ stato un desiderio venuto da lontano,da quando sgorgarono le prime emozioni dal cerchio di un bicchiere.Ma una cosa mi è stata subito chiara.Per quanto notevole,l’acquisizione del bagaglio culturale mutuato da tre anni di corso non hanno cambiato di molto le modalità della mia personalissima percezione del vino:sono e resto quello che ho bevuto.
Le prime bottiglie di Gaja,il primo Vintage Tunina,il primo “borgogna“,il primo “sauternes“,il primo chateau “bordolese“ irradiano ancora le loro immagini luminose sotto la coltre del passato senza aver perduto la lucentezza dei loro molteplici significati.
Sono state esperienze magiche e non sostituibili con attività intellettuali e percorsi formativi.
Desista dal dichiararsi amante del vino chi non beve e nel bere chi non ricerca sempre il meglio.
Ognuno di noi avanza nel tempo come un’onda e dietro il ridente spumeggiare della risacca c’è il sempiterno movimento del mare.Dietro la nostra crescente consapevolezza del vino c’è la sorgente pulsante e iridescente del già bevuto,una sorta di “deja vù“ enoico da cui tutto prende le mosse.E che dà un senso al nostro peregrinare sulla strada che conduce ineluttabilmente alla splendida,attesa,vagheggiata bevuta che verrà.
ROSARIO TISO
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