Usa: Non è solo dai banchi del Parlamento che si fa politica. La si fa ogni giorno, dissacrando o innalzando le proprie convinzioni, lottando o tacendo, e soprattutto utilizzando i mezzi giuridici a disposizione delle democrazie per combattere determinati provvedimenti.
Negli Usa, così come in molti altri Paesi, la voce della magistratura produce sempre una particolare risonanza: per coloro che parlano in nome della legge la distinzione fra giusto è sbagliato non è solo una questione di prospettiva, ma di vera e propria res-publica. Quando un giudice parla ci si aspetta che lo faccia per “scrostare” i colori politici da un problema e analizzarne il succo partendo dal punto di vista meno “umano” che esista: quello legale. A volte, per fortuna, è così, e dagli Usa proprio in questi giorni è arrivata una notizia che può solo rincuorare.
Una Corte d’Appello federale si è rifiutata di riaprire una causa, archiviata dal 1999, sulla presunta incostituzionalita della ricerca con le cellule staminali embrionali.
Il caso è stato sottoposto alla corte da un’associazione che si batte per i diritti “alla vita”, e che intendeva riportare alla luce la questione del diritto alla vita esteso anche ai cosiddetti pre-nati. La National Association for the Advancement of Preborn Children si è presentata in aula come rappresentate di “Mary Doe”, il nome fittizio dato ai 400.000 embrioni congelati nelle cliniche per la sterilità . Rudolph Palmer, portavoce e fondatore dell’associazione ha esordito il suo discorso dicendo: “Mary Doe è in quest’aula e vi sta dicendo ’sono viva, sono sopravvissuta. La ricerca sulle cellule staminali sta uccidendo mio fratello e mia sorella, e toccherà anche a me dopo di loro. Ho gli stessi diritti degli altri cittadini americani e questa corte ha il dovere di proteggermì”.
La Corte d’Appello del 4° distretto Usa ha risposto, per bocca dei tre giudici che la compongono: “Ci opponiamo alle considerazioni etiche sulla ricerca su embrioni, perché l’attuale legge prende in considerazione solo le linee embrionali create prima del 2001. Mary Doe quindi non rientra nel testo in vigore. C’è da dire inoltre che dal cambiamento politico messo in atto dal presidente Bush dopo l’amministrazione Clinton, il tema è ancora in discussione in Parlamento e occorre attendere esiti politici da quella sede”.
La Corte ha poi ricordato che dal 1999, quando è nato il caso Palmer, la National Bioethics Advisory Committee ha redatto delle linee guida per la ricerca che prevedevano esplicitamente la ricerca su embrioni inutilizzati. E nel 2000 lo stesso National Institute of Health ha adottato quelle linee guida, pur non applicandole mai. Per Palmer il comportamento dei giudici è stato scontato quanto inadatto: si sono limitati infatti a dare una valutazione tecnico-giuridica sulla faccenda, evitando di entrare in questioni morali lasciandole alla competenza politica. Ma la corte non ha esitato a esprimere il proprio parere, infatti in più occasioni tutti e tre i membri hanno espresso la convinzione che “un grumo di cellule non può essere considerato un essere umano e godere degli stessi diritti”.
Questo atteggiamento è stato lodato da molti ricercatori e scienziati.
Per loro ha parlato Sean Tipton della Coalition for the Advancement of Medical Research, secondo il quale “la corte ha fatto la cosa giusta. Non esponendosi ha dato modo alla legge di esprimersi da sola, evitando così manierismi intellettuali inutili. Siamo contenti che esistano ancora persone che si fidano della ricerca e temono ostacoli moralisti”, che, aggiungiamo noi, danno solo libero sfogo ad un’etica del sacrificio più che mai inattuale.
Cinzia Colosimo
http://staminali.aduc.it
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