A 63 anni del martirio di un Principessa, oggi, in tutta l’Italia e all’estero (Francia e Germania), le organizzazioni del Coordinamento Monarchico Italiano commemorano S.A.R. la Principessa Reale Mafalda di Savoia, Langravia d’Assia, nell’anniversario del suo martirio nel campo di concentramento di Buchenwald, in particolare a Buchenwald, Montpellier, Roma, Trieste, Rivoli (to), Magenta (mi), Capri e Casalnuovo (na), Modena, Zocca (MO), Bologna, Vigone (to), Villanova Canavese (to), Genova Nervi e Rapallo (ge):
Durante le commemorazioni gli organizzatori utilizzeranno il seguente testo di cui è autore il fedele amico Avv. Franco Malnati, membro della Consulta dei Senatori del Regno presieduta dal Dr Sergio Pellecchi.
“Forse adesso, dopo sessant’anni e in un clima mutato, è arrivato il momento di riscoprire ed onorare le vittime dimenticate di una stagione infinita di odio e di dolore.
Il dramma di Mafalda si apre e si chiude in un anno esatto: dal 28 agosto 1943 al 28 agosto 1944.
Nell’agosto 1943 ella è a Roma, nella Villa Polissena, confinante con Villa Savoia. Ha con sè i due bimbi più piccoli, Otto ed Elisabetta, mentre Enrico, un ragazzo di sedici anni fresco di intervento chirurgico, è ospite dei nonni (il Re e la Regina) a Villa Savoia. Il primogenito, Maurizio, è invece a Kassel, in Germania, arruolato a diciassette anni nella FLAK, ossia nella difesa contraerea della Wehrmacht. Il marito, principe Filippo, langravio di Assia-Kassel, è pure in Germania, e non dà notizie da tempo; Mafalda non sa che egli è praticamente agli arresti a Rastenburg, presso il quartiere generale di Hitler, e si illude di potersi riunire a lui in Germania, con i bambini, come accennato nella sua ultima lettera, scritta prima degli ultimi burrascosi avvenimenti.
Lei è figlia del Re d’Italia, e legatissima alla sua famiglia di origine, ma è anche cittadina tedesca, principessa tedesca, moglie di un ufficiale tedesco, con precisi doveri verso la Germania, che comunque, fino ad ora, non collidono con quelli verso l’Italia.
Il 28 agosto arriva una notizia terribile e inattesa. Re Boris III di Bulgaria, marito della sorella minore di Mafalda, Giovanna, è in punto di morte. Non si sa nulla di più.
Le due sorelle sono unite da affetto tenerissimo. Mafalda non può esitare un attimo, deve essere subito a Sofia. Non si pone neppure il problema delle complicazioni che possono nascere da un viaggio del genere in quella particolare situazione internazionale e militare; avverte i genitori, e si mette in treno apprestandosi ad attraversare l’Austria, l’Ungheria e la Romania per arrivare nella capitale bulgara.
Durante il viaggio, la raggiunge la triste conferma: Boris è morto.
Il 5 settembre si svolgono i funerali. Mafalda vorrebbe forse restare anche dopo, ma è impossibile. Alle tre del mattino del 9 settembre, mentre il convoglio attraversa la Romania e la Principessa sta tentando di dormire, una fermata fuori programma la sveglia alla stazione di Sinaja. Sale sul treno le Regina Madre di Romania, zia di Filippo, che si premura di avvertirla della notizia dell’armistizio italiano.
Così, il giorno 20, dopo molte ore di viaggio avventuroso interrotto più volte dagli allarmi aerei, riesce a raggiungere la capitale, ovviamente ormai in mano germanica.
I figli sono effettivamente a Roma, affidati dai nonni, prima della partenza (ossia nella notte dall’8 al 9 settembre), all’ospitalità del Vaticano. Monsignor Montini, il futuro Papa Paolo VI, ha addirittura ceduto la propria stanza da letto al giovane Enrico.
Il giorno 21 la madre li riabbraccia e rimane qualche ora con loro. Verso sera li lascia per ritornare alla Villa Polissena, e promette di tornare l’indomani.
Non li vedrà mai più.
La mattina del 22 la chiama al telefono l’Ambasciata germanica, e le comunica che per le 11 di quella stessa mattina il marito le ha fissato un appuntamento telefonico presso l’apparecchio dell’Ambasciata.
Non la si lascia neppure entrare. Subito due SS la afferrano per le braccia e la trascinano su di una macchina che la porta a Ciampino, dove la trasferiscono su di un aereo. Di lì a poche ore, è prigioniera della GESTAPO. Un rapimento in piena regola.
Interrogatori senza fine, un vero incubo. Cosa si voglia sapere da lei, è un mistero. Alla fine, è Buchenwald.
Mafalda resterà vittima di un bombardamento aereo americano. Il campo di sterminio di Buchenwald fu colpito pesantemente, stante la vicinanza con una fabbrica, il 24 agosto 1944, e la capanna dove essa era detenuta fu distrutta. Avrebbe dovuto essere operata d’urgenza con l’amputazione di un braccio; invece l’operazione fu rimandata fino al giorno 27, quando era troppo tardi, perché si era verificata la cancrena. Comunque, spirò subito dopo l’operazione, il giorno 28 agosto 1944, dopo inaudite sofferenze.
Il corpo non fu cremato come accadeva di regola in quel campo; fu seppellito nella terra, nel piccolo cimitero vicino. Per quanto ufficialmente la Defunta fosse nota, nel lager, col nome di Von Weber (tuttavia, si sapeva che quello era il cognome di copertura di una Principessa Reale italiana), sulla tomba non fu indicato neppure quello, e si preferì scrivere “eine unbekannte Frau”, ossia “una signora sconosciuta”.
Quale era la vera ragione dell’insensato accanimento di Adolfo Hitler contro una innocua coppia di coniugi, che ben avrebbero potuto vivere tranquilli, a Kassel o altrove, senza dare fastidio ai nazisti?
Il principe Filippo, langravio di Assia-Kassel, era nipote diretto del Kaiser Guglielmo II, deceduto solo due anni prima e nemico di Hitler, tanto che per i funerali, svoltisi in un periodo in cui Hitler era all’apogeo, aveva espressamente disposto l’esclusione di ogni simbolo nazista.
La madre di Filippo, suocera quindi di Mafalda, era la Principessa Margarethe di Prussia, sorella minore dell’Imperatore.
Colpire i due Principi significava dunque colpire, insieme con la monarchia italiana, anche la monarchia tedesca, possibile alternativa al nazismo.
Sette italiani, come lei rinchiusi in campi di concentramento nazisti, non appena liberi seppero trovare fra mille la sua tomba anonima, la tomba della “donna sconosciuta”, e si tassarono fra loro per apporvi la lapide che l’identificava.
Era la tomba della loro Principessa, e vollero che si sapesse. Vollero onorare in lei tutte le donne dell’Italia e della Germania, del popolo come della borghesia e dell’aristocrazia, che nel mezzo della bufera della guerra avevano saputo amare e morire.
Monarchia non è tirannia. Monarchia è unità di una nazione intorno a qualcosa che la rappresenta, e nessuno meglio degli umili percepisce il profumo di questa unità . Ecco il valore del gesto dei marinai di Gaeta, ed io lo trasmetto a voi perché lo portiate nei vostri cuori.”
Eugenio Armando Dondero
Portavoce
Coordinamento Monarchico Italiano
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