Bologna - Emilio De Benito «Se fossimo un coppia sposata eterosessuale non avremmo problemi». Ma Verónica Bolufer e Mónica Catalá sono due donne, e la loro voglia di essere madri si è bloccata per un vuoto legislativo nella legge sulla riproduzione umana assistita del 2006. Avevano preso la decisione due anni fa, ma non ebbero fortuna. Per prima cosa provarono che una delle due " preferiscono non dire chi- rimanesse incinta. Provarono con la inseminazione artificiale, ma al quarto tentativo, ci rinunciarono: i suoi ovuli non servivano.
A quel punto si rese necessario provarci nel modo che permetteva ad entrambe di partecipare «quanto più possibile nel processo, come avrebbe fatto una coppia eterosessuale con un problema simile», racconta Verónica, che ha 29 anni e lavora per una multinazionale a Valencia. Per questo pensarono che una delle due donasse gli ovuli, che sarebbero stati fecondati e impiantati nell’utero dell’altra. In questo modo, entrambe sarebbero «madri naturali del nascituro».
Ma quando arrivarono alla clinica, si accorsero del problema. Sebbene si fossero sposate «per avere gli stessi diritti di qualunque altra coppia sposata», il legislatore avevo dimenticato questo aspetto quando fu approvata la nuova legge sulla riproduzione assistita. Questa dice che la donazione di gameti deve essere anonima e non può chiedersi o farsi da una persona in concreto, tranne nel caso di un marito che ceda lo sperma per fecondare un ovulo che viene impiantato nell’utero della propria moglie. E loro, coppia da sete anni e mezzo, sposate da due, non rispettavano questo requisito.
Verónica e Mónica, sostenute dal Col.lectiu Lambda della loro citta e dalla Federación Estatal de Lesbianas, Gays, Transexuales y Bisexuales (FELGTB) chiesero il permesso alla commissione all’autorità locale per la riproduzione umana assistita. Ciò accadeva nel gennaio 2007. la risposta arrivo in maggio. «Sebbene tutti erano a favore del nostro diritto, perché siamo una coppia sposata come gli eterosessuali, la legge su questo punto parla di marito e moglie, non di coniugi, e nella commissione non intendevano prendere una posizione chiara su questo punto controverso». Si rimisero alla commissione nazionale, che fino ad oggi non si è ancora pronunciata.
La deputata dell’IU Isaura Navarro gli ha offerto il suo appoggio, ma la fine della legislatura ha impedito che potesse presentare la corrispondente iniziativa legislativa. «Potremmo farlo illegalmente, ma non lo vogliamo. È un diritto, e dpo di noi ne verranno altre che potrebbero avere lo stesso problema», dice Verónica.
La loro situazione è stata sostenuta dalla FELGTB, che mercoledì scorso ha presentato la sua campagna Vota Rosa, nella quale di chiede che la legge venga cambiata su questo punto e, soprattutto, che gay, lesbiche, transessuali e bisessuali, e chiunque li appoggi votino «in difesa dei loro diritti». Questo implica non dare il proprio voto al PP, ha detto il presidente della federazione, Antonio povera. Principalmente a causa del ricorso alla Corte costituzionale che il partito popolare ha presentato è che costituisce una spada di Damocle sulle 14 mila coppie dello stesso sesso che si sono sposate e che non sanno se un giorno si troveranno divorziati senza volerlo.
(ARCIGAY: traduzione Antonio Rotelli)
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