Roma - Governo su Ladysilvia; "Ringrazio i Presidenti del Senato e della Camera per questa iniziativa. Ringrazio tutti coloro che hanno voluto nobilitarla ulteriormente con la loro presenza.
E’ per me un enorme piacere essere qui oggi. Intervenire alle celebrazioni dell’Europa della partecipazione democratica.
In questi ultimi mesi, insieme ai nostri amici tedeschi, abbiamo molto lavorato per far ripartire il processo europeo. Per sancire solennemente la fine del lutto e della pausa di riflessione. Ed è con questo spirito che ci prepariamo ad adottare la dichiarazione di Berlino dopo domani nel corso del vertice che vede riuniti i Capi di Governo dei Ventisette. Noi vogliamo un’Europa forte, efficiente, adatta ad affrontare le sfide globali. Perchè di fronte al mondo che cambia l’Europa non è più una scelta ma una necessità , un imperativo.
Abbiamo voluto un’Europa allargata, capace di riunificare il continente. Un aggregato che oggi rappresenta il più grande spazio al mondo di pace, democrazia e benessere. Ora dobbiamo farla funzionare. Per questo, nel celebrare i suoi primi 50 anni di vita, dobbiamo impegnarci solennemente per il futuro.
Questo per noi vuol dire far ripartire il processo europeo sul serio. E farlo ripartire dal testo adottato qui a Roma nell’ottobre del 2004 e sottoscritto dai 25 stati membri. Frutto di un lavoro negoziale durissimo la cui validità è stata riconosciuta dai 18 paesi che lo hanno già ratificato.
Voglio dirlo con grande chiarezza: per noi terminare il processo di rilancio dell’Unione entro il 2009 rappresenta un’esigenza irrinunciabile. Sarebbe impensabile votare per le prossime elezioni europee senza aver prima costruito un quadro istituzionale chiaro e funzionale. I cittadini non lo capirebbero, non ci capirebbero. Oltre a quello temporale, vi sono altri due elementi che occorre sempre tenere a mente parlando di rilancio dell’Europa:
- il primo è rappresentato dai giovani europei. Le generazioni chiamate a completare il progetto europeo. Rilanciare l’Europa vuol dire soprattutto ampliare gli spazi della gioventù europea, potenziare quei programmi, come l’Erasmus, che sono giustamente considerati tra i grandi successi dell’integrazione.
- il secondo elemento è di tipo metodologico: ed è rappresentato da quel processo virtuoso che ci ha sin qui consentito di conciliare le esigenze nazionali di ciascuno di noi con le ambizioni di un grande progetto europeo. Sto parlando del metodo comunitario: la vera, grande sfida di questi decenni. Averla vinta ci consente di guardare al futuro con speranza.
La dichiarazione che ci apprestiamo ad approvare è breve ma ambiziosa. Spero che questa sua ambizione venga chiaramente percepita dai cittadini. I cittadini europei sono con il fiato sospeso da quasi due anni. Perchè dopo i no francese e olandese hanno compreso che il progetto europeo non ha ancora raggiunto il punto di non ritorno, che l’Europa potrebbe anche venir meno.
Con queste celebrazioni noi dobbiamo rassicurarli, mostrare loro che così non è, che da parte di noi tutti c’è la volontà di portare a compimento il più grande esperimento di pace, democrazia e prosperità del mondo contemporaneo.
Discorso del Presidente del Consiglio Romano Prodi al Comitato delle Regioni UE - 23 marzo 2007
"Mi fa molto piacere intervenire qui oggi e vi ringrazio per l’invito, che ho accolto volentieri. Vorrei dare a tutti un caloroso benvenuto a Roma, dove spero abbiate giornate proficue di lavoro durante queste celebrazioni. L’Europa è Unione di stati e di popoli, ma anche " e lo dimostrato gli sviluppi da Maastricht in poi - “Unione di comunità locali”; ho sempre ritenuto che lo sviluppo di questa dimensione locale e regionale abbia contribuito a dare sostanza e contenuto all’idea di cittadinanza europea. E che abbia un ruolo ancora più cruciale in futuro.
Regioni e collettività locali sono d’altra parte sempre più protagoniste delle politiche europee; e allo stesso tempo, attraverso l’Unione diventano loro stessi attori nella globalizzazione. L’Unione Europea aiuta l’internazionalizzazione delle collettività territoriali e, al contempo, sono le collettività territoriali ad aiutare l’Europa a diventare un attore globale influente. In questi giorni festeggiamo i 50 anni dall’inizio dell’integrazione; tra i grandi successi di questo mezzo secolo metterei la straordinaria capacità degli europei di dare vita ad un’Unione continentale che ha saputo valorizzare " anche se riconosco che si può fare di più e meglio " il livello territoriale più basso. Il che ci che ha portato ad una redistribuzione dell’esercizio del potere su più livelli di governo.
Stiamo lavorando al rilancio dell’Europa; spero che queste celebrazioni ci rendano tutti consapevoli del fatto che dobbiamo ripartire a testa alta dopo la pausa. Ancora più determinati, senza cercare soluzioni al ribasso.
Sono mesi che oramai lo ripeto: non ci sono alternative a quella di avviare il processo di rilancio ripartendo dal trattato costituzionale di Roma firmato nell’ottobre 2004.
Il governo italiano è fortemente impegnato in questo senso; è impegnato soprattutto a lavorare perché il rilancio costituzionale europeo abbia luogo entro le elezioni europee del 2009, in modo da affrontarle con nuove regole.
Le innovazioni introdotte per rafforzare l’azione esterna dell’Unione sono tra le parti “essenziali” del testo del 2004. Perchè se in questi primi cinquanta anni abbiamo avuto la possibilità di lavorare al nostro interno (mercato unico, euro, abbattimento delle frontiere”¦) nei prossimi cinquanta esisteremo solo se sapremo esistere all’esterno.
Ma egualmente “essenziali” sono le disposizioni a sostegno della sussidiarietà e in generale della partecipazione e dello sviluppo della dimensione locale e regionale del processo di integrazione. Vedo per le regioni europee tre missioni principali, attraverso le quali contribuire alla costruzione di un’Unione sempre più forte. La prima missione, e probabilmente la più importante, è l’azione presso i cittadini. Missione di comunicazione e mobilitazione.
Il negoziato per il rilancio sarà un negoziato intergovernativo, ma le esperienze anche recenti ci insegnano che occorre sempre ascoltare la voce dei cittadini. Chi meglio di voi può mettersi all’ascolto, può spiegare, può convincere della necessità di Europa i nostri concittadini di tutta l’Unione?! La seconda missione è presso stati e governi.
Insieme alle vostre istanze locali e regionali dovete cominciare a veicolare le nuove istanze europee. Le regioni e gli enti locali più lungimiranti hanno capito da tempo che la loro azione si rafforza se si rafforza il processo di integrazione, se si approfondisce la costruzione dell’Europa. Più Europa un tempo significava solo più finanziamenti; oggi, più Europa significa anche più possibilità per le regioni di dotarsi del quadro giuridico, delle idee, degli strumenti per affrontare e vincere la sfida della globalizzazione; l’Unione è oggi, per ciascuna delle regioni europee, speranza di sviluppo ed emancipazione, occasione irripetibile di ancoraggio al nostro continente e al resto del mondo.
Questa riflessione mi porta alla terza missione, che riguarda la vostra coesione istituzionale. Una missione dunque di rafforzamento. Credo che a livello locale vada realizzato uno sforzo simile a quello che cerchiamo di realizzare a livello nazionale; Che cosa intendo con “coesione istituzionale”? di che tipo di rafforzamento parlo? Credo che ciò significhi rafforzare i legami tra amministrazioni locali e regionali. Scambiarsi idee e risorse (incluse quelle umane), elaborare insieme politiche pubbliche locali di successo, imitare l’eccellenza. La terza, quindi, è una “missione di rete”; che non deve però restare confinata al livello più alto, ma che deve sapere investire le amministrazioni e gli enti; il livello operativo, quel livello che realizza i progetti.
L’Unione europea è un gioco; la globalizzazione è un gioco; e a perdere non sarà chi deciderà di giocare ma chi ne resterà fuori, chi non lavorerà per portare a termine questa terza missione, chi resterà escluso da questa rete".
Discorso del Presidente del Consiglio Romano Prodi in Campidoglio -23 marzo 2007
E’ un grande piacere per me essere qui con voi. Almeno per tre ragioni.
La prima è che oggi è un’occasione per celebrare l’Europa che abbiamo costruito, ma anche per riflettere sull’Europa che ancora dobbiamo costruire, sul futuro, sul lavoro che resta da fare.
La seconda è che lo facciamo nella memoria, e " aggiungerei " in ideale continuità con l’azione e l’insegnamento di uno dei grandi padri della costruzione europea, quale è stato Alcide De Gasperi.
La terza ragione, che per me è motivo di grande soddisfazione, è aprire i lavori di un convegno che vede riunite nel corso di due giorni così tante personalità che hanno contribuito grandemente al cammino comune che abbiamo fatto fino ad oggi. Vi ringrazio, quindi, per l’invito che mi avete rivolto.
Lasciatemi partire dalla grande lezione di De Gasperi. Ritengo che la prima lezione di De Gasperi che dobbiamo avere presente oggi sia la lungimiranza.
Una lungimiranza che significa trovare soluzioni durature ai problemi. Soluzioni cioè “politiche”, e non semplicemente “tecniche”. In grado cioè non solo di far uscire dallo stallo ma anche di indicare una vera direzione. E in Europa oggi, Signori, c’è soprattutto bisogno di politica.
La seconda lezione di De Gasperi riguarda la dimensione temporale. Voglio ricordare un suo monito: “l’Europa possiamo farla subito o tra qualche lustro, ma cosa succederà da qui ad allora Dio solo lo sa”. Questa io la chiamo la “lezione dell’urgenza”, del senso dell’urgenza, che non ha nulla a che vedere con la fretta. Questo senso dell’urgenza va combinato con la lungimiranza: vuol dire agire subito per programmare al meglio il nostro avvenire. Perchè è sempre bene ricordarlo: l’Europa non è un processo inerziale, non si fa da sola, va fatta con il lavoro di ogni giorno.
La terza lezione di De Gasperi riguarda lo spirito con cui affrontare la situazione attuale. Diceva De Gasperi che “nella sua parte immateriale l’Europa è già unita, su quella materiale purtroppo non lo è”. Come De Gasperi sono convinto che ci sia un’anima europea, che l’Europa si regga su fondamenta comuni, forti, che sono i nostri valori condivisi: la democrazia, il rispetto dei diritti umani, lo stato di diritto, la solidarietà .
Certo l’Europa di oggi è diversa da quella di De Gasperi. E’ andata avanti la storia ed è cambiata la geografia politica del continente. Per non parlare del fatto che è mutato il contesto internazionale, e da centro del vecchio mondo, siamo diventati penisola nel nuovo mondo globalizzato. Ma la forza di attrazione insista nella sua dimensione immateriale resta immutata.
E quindi è proprio partendo da questa parte “immateriale” che dobbiamo metterci al lavoro sulla parte materiale, per fare in modo che le due si sovrappongano sempre di più, gradualmente, fino a combaciare.
La quarta lezione degasperiana è il senso del compito storico a cui siamo chiamati; l’Unione europea non è solo l’unica vera novità apparsa sulla scena internazionale dalla fine della seconda guerra mondiale, come ha detto una volta Kofi Annan, ma anche la nostra unica assicurazione per un mondo migliore; si tratta di un progetto grandioso eppure alla nostra portata; dobbiamo essere consapevoli dell’argilla che abbiamo tra le mani.
Forse qualcuno in questa sala ricorda: sapete cosa fece De Gasperi quando seppe che il progetto della CED [Comunità europea di difesa] era fallito [1954]? Si mise a piangere. Glielo dissero al telefono, e lui cominciò a piangere. Io non credo che pianse per l’emotività , ma per la lucidità , perché capiva quale grande occasione fosse appena sfumata. Perchè sapeva quale era la posta in gioco.
Sospetto che non molti capi di governo e di stato abbiano pianto nel 2005 dopo la bocciatura del Trattato costituzionale in Francia e Paesi Bassi; ma mi piacerebbe " questo sì " che tutta l’èlite politica europea fosse attraversata da un nuovo brivido, da quello stesso “senso del proprio compito storico” che animò più di mezzo secolo fa De Gasperi e gli altri grandi statisti europei.
Sulla base di questi quattro insegnamenti " 1) lungimiranza, 2) senso dell’urgenza, 3) consapevolezza dell’unità ideale dell’Europa e 4) del proprio compito storico " credo che non sia più rimandabile il tempo delle decisioni.
Voglio dirlo con la massima franchezza e con la massima onestà intellettuale: adesso è ora di ripartire sul serio.
Vorrei che fra qualche anno non si guardi al marzo 2007 solo come il mese dei festeggiamenti, del ricordo, della memoria, ma anche, come il mese dei nuovi progetti, della speranza, del rilancio.
E’ del resto con questo spirito che il governo italiano ha contribuito alla Dichiarazione che verrà adottata a Berlino dopodomani [25 marzo]; una dichiarazione che per quanto mi riguarda dovrà essere meno la fine di qualcosa che si esaurisce, e più l’inizio di qualcosa che comincia, che si rigenera.
A mio avviso, ci sono due punti imprescindibili cui non possiamo rinunciare nel momento in cui riprendiamo a “fabbricare l’Europa”; due cose che " lasciatemelo dire - non dovrebbero essere nemmeno oggetto di nuovo negoziato, perché semplicemente non vanno a vantaggio di questa o quella parte, di questo o quel paese, ma vanno a vantaggio dell’Europa, vanno a vantaggio di tutti.
Il primo punto è la data entro la quale uscire, con un nuovo patto fondamentale, dallo stallo attuale. Io credo che bisogna completare il processo costituzionale prima del 2009, cioè prima delle prossime elezioni europee.
Se non troviamo una “sistemazione” ragionevole, se non siamo in grado di dotare l’Europa delle riforme necessarie per funzionare, me lo dite come facciamo a presentarci agli elettori europei per chiedere il loro voto, per chiedere loro un mandato che ci permetta di lavorare per la crescita della società europea, per rafforzare la coesione territoriale e la solidarietà tra i cittadini?
Il secondo punto è la riforma dei meccanismi istituzionali; che rappresentano poi quell’Europa materiale cui accennavo poc’anzi.
Ho in mente alcuni passaggi del Trattato costituzionale firmato a Roma nell’ottobre 2004, primi fra tutti quelli relativi a una presidenza stabile, ad un ministro degli esteri europeo che possa contare su una vera e propria diplomazia, all’estensione del voto a maggioranza.
Passaggi importanti, frutto di grande lavoro negoziale e di compromessi difficili. Ed è da qui che dobbiamo ripartire, dal trattato di Roma dell’ottobre 2004. Voglio dire che noi dobbiamo entrare in questo processo sapendo che alla fine potremmo uscirne con qualcosa in più, in meno o di diverso rispetto al testo dell’ottobre del 2004. Ma sarebbe folle entrare in questo processo pensando di uscirne con qualcosa di completamente diverso rispetto a un testo già ratificato da 18 Paesi membri.
La dimensione esterna dell’integrazione europea è a mio avviso il nodo centrale che dobbiamo affrontare.
1) Fare del nostro modello di integrazione un modello di pace, stabilità , prosperità e solidarietà anche per altre regioni del mondo; 2) scrivere insieme agli altri partner internazionali le nuove regole della globalizzazione; 3) governare i grandi mutamenti demografici, ambientali, sociali ed economici a livello planetario: sono queste le sfide che dobbiamo vincere con l’Unione europea e come Unione europea.
Per farlo disponiamo di un metodo di lavoro unico: un processo virtuoso che ci ha sin qui consentito di conciliare le esigenze nazionali di ciascuno di noi con le ambizioni di un grande progetto europeo. Sto parlando del metodo comunitario: il vero, grande acquis di questi decenni. Solo se sapremo preservare questo strumento potremo continuare a guardare al futuro con speranza.
Sin qui il metodo comunitario lo abbiamo usato soprattutto al nostro interno. Nei prossimi cinquanta anni però non esisterà nessuna Europa se non esisterà un’Europa unita all’ esterno.
Senza un’Europa attore globale, ci impediremo " e il peggio è che ce lo saremo impediti da soli! - di completare quel percorso di pace e prosperità di cui oggi festeggiamo i cinquant’anni, o " come vorrei che dicessero i miei nipoti quando avranno la mia età " di cui oggi abbiamo festeggiato i primi cinquant’anni.
LA REDAZIONE
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