Venezia: La giunta militare al governo in Myanmar-Birmania dal 1962 non difetta di fantasia nella gestione del potere.
Dopo aver colpevolmente ignorato l’allarme circa il rischio di alluvioni lanciato qualche giorno prima del disastro, continuato a minimizzare il numero delle vittime, rifiutato gli aiuti di altri paesi lasciando i sopravvissuti in balia di fame e rischio epidemie, distribuito generi di prima necessità selezionando i destinatari, i militari hanno imposto lo svolgimento del referendum, escluse le zone alluvionate, sulle modifiche costituzionali da loro proposte.
L’opposizione birmana già da tempo ha denunciato la farsa sottesa a tale consultazione.
Il testo della nuova costituzione sottoposto all’approvazione popolare è il risultato di numerosi anni di lavoro di un’apposita commissione gestita dai despoti al comando e garantisce privilegi all’attuale gruppo dirigente, tra i quali il 25% dei seggi riservati in parlamento e la possibilità di destinare ai militi alcuni ministeri fondamentali.
Chi si è recato alle urne ha ricevuto intimidazioni e minacce di vario genere che spaziano dall’obbligo sancito verbalmente di votare “sì” fino alle armi puntate addosso.
Nel frattempo laconici comunicati del regime alla televisione ricordano che è “dovere civico” recarsi alle urne.
Proprio quest’ultimo proclama consente di stabilire un primo confronto con lo stato italiano. Pure la carta fondamentale italiana parla del voto quale “dovere civico” (art. 48); strana analogia tra una dittatura militare e una democrazia”¦
Parimenti, incredibili somiglianze vi sono tra quanto accade oggi in Myanmar e le condizioni in cui si svolse il plebiscito del 1866 in Veneto: in entrambi i casi si tratta di consultazioni farsa dall’esito già scritto e condite di minacce agli elettori.
Se poi ci si sofferma ad analizzare la situazione della popolazione birmana, sottoposta da decenni a stenti, privazioni e genocidio culturale, si ricava un altro contatto con quanto accaduto in Veneto dopo l’occupazione italiana.
E’ giunto il momento che il mondo libero rifletta sulle condizioni che hanno permesso,e talora continuano a permettere, la nascita e il consolidamento dello stato italiano.
Condizioni clamorosamente simili a quelle tipiche dei regimi liberticidi.
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