Il fascino di una tradizione misconosciuta che, dopo aver modellato la cultura del continente asiatico negli ultimi 2500 anni, si sta espandendo in Occidente. L’esperienza monastica è alla base del dialogo con i cristiani.
All’apparenza il buddhismo si sta diffondendo in Occidente. Frequentemente i mass media ne parlano e non si tratta soltanto della banalizzazione commerciale dalla quale nessuna tradizione religiosa è indenne.
Tuttavia, a ben vedere, non si può certo affermare che le tante cose dette sul buddhismo dimostrino una cognizione di causa da parte di chi ne parla o scrive. È evidente che ogni tentativo di incontro e dialogo interreligioso richiede una non superficiale conoscenza dei propri interlocutori, nel tentativo di individuare almeno il nucleo essenziale di questo ricco e differenziato movimento religioso.
Buddhismo: la fede che non c’è
Potrebbe sembrare strano, ma il termine «buddhismo» è un’invenzione linguistica abbastanza recente, della fine dell’800. Nacque dalla necessità , tutta anglosassone, di racchiudere e dominare all’interno di una cornice un complesso sistema religioso, filosofico, culturale che, a partire dal VI secolo prima di Cristo, ha plasmato in maniera straordinariamente ricca gran parte del vastissimo continente asiatico e si è esteso pure in Europa e nelle Americhe. Tradizione, oltretutto, molto diversificata nelle varie scuole che la compongono e che si sono evolute nel corso di oltre due millenni.
Ormai il vocabolo è quasi indispensabile, ma non molto gradito a coloro che a questa tradizione, con 25 secoli di storia, appartengono. Se chiedessimo a uno di loro che cosa è il «buddhismo» avremmo una serie piuttosto articolata di risposte.
Nessuna di esse è esclusiva, perché nessuna definizione è abbastanza ampia da contenere l’enorme quantità di sfaccettature che esso possiede.
La via alla liberazione
Genericamente si può dire che il cuore di questo insegnamento è una pratica: lascia da parte considerazioni metafisiche e teologiche per concentrarsi su ciò che ognuno di noi può e deve fare da solo, qui e ora: ciascuno deve vivere la propria esistenza. Non si può perdere tempo in speculazioni fini a se stesse mentre la gente soffre. La riflessione viene usata eccome, e in una forma estremamente raffinata, ma con uno scopo concreto: trovare le cause della sofferenza ed eliminarle.
Il buddhismo è una «soteriologia» (una via di salvezza), dove c’è una «orto-prassi» e non una ortodossia dottrinale. In altre parole, è un’esperienza di vita prima di essere un esercizio di riflessione.
Il termine «buddha» è un appellativo, significa: «illuminato» o anche «risvegliato». È quanto ha conseguito il principe Siddhartha (colui il cui scopo è attinto) attraverso il suo cammino personale. Non è il frutto di una rivelazione divina, ma della tenace ricerca umana. La liberazione è possibile a tutti. Dio è il grande escluso da tutta la ricerca, non è preso in considerazione. In questa «umanità » risiede uno degli elementi di fascino che la dottrina del Buddha ha sempre avuto. Non ci sono dogmi ai quali aderire, ma ciascuno è spronato a usare i propri mezzi, a capire una teoria o una pratica sperimentandole personalmente. Questo spiega anche perché il buddhismo si sia continuamente evoluto, adeguandosi alle culture con le quali è entrato in contatto, come quella cinese ad esempio. Ha sempre sviluppato una nuova forma, capace di dare all’uomo di ogni tempo e cultura la via concreta per risolvere il problema della vita, dando la consapevolezza di essere artefici del proprio futuro.
L’origine e la fine della sofferenza
Buddha non nega la felicità nella vita, ma attira l’attenzione sul fatto che, pur nel massimo del piacere non c’è affrancamento dal malessere. La ragione sta nell’anicca: nel fatto che i piaceri sono impermanenti. Sebbene nella vita ci sia sofferenza, un buddhista non se ne deve rattristare o irritarsi. Questo non farebbe sparire la sofferenza ma, al contrario, la farebbe aumentare. Il buddhismo è del tutto avulso dal disimpegno melanconico e angoscioso, la realizzazione della verità passa attraverso la gioia.
Il desiderio è l’origine e la causa di ogni sofferenza: sete di piaceri sensuali, sete di esistenza, sete di perennità , sete di annientamento. Questa sete viene dall’ignoranza, cioè dalla falsa credenza in un «io» concepito come individuale.
Anatta è il termine buddhista più tipico; significa che si esiste solo in quanto relazionati. Non è un nichilismo, non nega in modo assoluto ogni sè, ma la pretesa di ogni sè di porsi come ab-soluto. Ogni cosa, astratta o concreta, non è indipendente dalle altre.
Se l’«io» non esiste, niente posso dire che sia «mio». È la falsa credenza nell’«io» e nel «mio», è l’ignoranza che ci spinge ad attaccarci a ciò che è caduco e non ci appartiene. Questo crea in noi la bramosia di vivere, generatrice del dolore. Per guarire il male, per ottenere la cessazione della sofferenza, non c’è che un rimedio unico e radicale: la distruzione dell’ignoranza e l’estinzione del desiderio. C’è una parola dell’antica lingua sanscrita che indica questo: nirvana.
Essa significa «cessazione, spegnimento poichè è finito il combustibile». È l’esaurirsi di ogni impulso vitale, di ogni passione; l’annullamento della cupidigia, dell’odio, dell’errore.
Nirvana è dunque uno stato di pace perfetta, raggiungibile già in questa vita. Il nirvana è una realtà che non può essere oggetto di speculazione o di intuizione intellettuale, è un’esperienza spirituale perfettamente positiva. Benchè indefinibile e indescrivibile, la si può provare fin da quaggiù in terra. La via salvifica che conduce al nirvana è riassunta nell’ottuplice sentiero, la Quarta Nobile Verità . Essa evita tutti gli estremi, sia la tendenza all’edonismo sia l’ascesi eccessivamente severa. Questa moderazione ha meritato al buddhismo la denominazione di «Via Media».
La meditazione: il cuore della cultura buddhista
Il nobile ottuplice sentiero può essere compreso come tre direttrici: la saggezza, la morale e l’ascetica. Esso non comincia con lo sforzo, bensì con la retta comprensione e la retta intenzione, seguite dall’etica (retta azione). Ciò significa che noi abbiamo bisogno di un fondamento di saggezza e di sensibilità morale prima di intraprendere il cammino spirituale del lavoro interiore, abbiamo bisogno di uno sforzo illuminato dalla saggezza.
La saggezza non si può raggiungere senza il lavoro interiore della meditazione, ma essa è inutile senza la disciplina morale. Il progresso si realizza attraverso la mutua interazione dei tre fattori in un procedere nel quale moralità , saggezza e meditazione diventano sempre più complete, fino al raggiungimento della totale integrazione e illuminazione.
Solitamente è l’interesse per la meditazione alla base dell’adesione alla pratica buddhista. Essa non è qualcosa che avviene o che si fa in compartimenti isolati del vivere, ma è uno stile di vita. È una ricerca e un desiderio sempre più forti di verità e di bene che diviene una «tranquilla passione», per usare una celeberrima espressione.
La meditazione è chiamata: bhavana, che significa coltivazione, sviluppo di quel vasto potenziale della mente per andare oltre la natura delle situazioni interne ed esterne nelle quali ci troviamo. Attraverso questo mezzo la percezione erronea viene corretta, per giungere all’equilibrio e alla tranquillità .
Ci sono due tipi di bhavana: uno è lo sviluppo della concentrazione mentale, del fissare la mente su un unico punto detta samatha. L’altra forma, detta vipassana è la visione della natura delle cose che conduce alla completa liberazione della mente, alla realizzazione dell’Ultima Realtà , il nirvana. La meditazione di quiete, samatha, non può, infatti, condurre da sola all’illuminazione, che può essere raggiunta solamente con lo sviluppo della visione penetrativa. La differenza fondamentale tra le due risiede nei loro scopi e, dopo un certo punto, nei loro sistemi. La meditazione di quiete, samatha, mira alla massima concentrazione mentale, allontanando tutti gli stimoli sensoriali e mentali, per concentrarsi sulla sola percezione, o immagine o idea, scelta come supporto meditativo. Si giunge così a situazioni di coscienza chiaramente distinti dai tre principali stati individuati dalla psicologia: l’attività onirica, il sonno senza sogni e la veglia; anzi sono del tutto incompatibili con essi. Questi nuovi stati alterati di coscienza o assorbimenti, hanno caratteristiche proprie ben identificate; il loro nome proprio è: jhana.
Invece, nella meditazione di visione penetrativa, la vipassana, la concentrazione mentale è coltivata solo fino al grado in cui è sufficiente rimanere in attenzione costante priva di distrazioni. Si giunge così a operare non al di fuori delle condizioni ordinarie di coscienza, ma dentro di essi, in modo nuovo, in una nuova organizzazione della psiche, vivendo un senso di non attaccamento, di apertura e disponibilità incondizionatamente benevola verso gli altri.
La meditazione più propriamente buddhista è, certamente, la vipassana. Buddha stesso l’ha elaborata dopo aver praticato gli insegnamenti dei vari maestri yoga ai quali si era rivolto.
Tre sono i riferimenti nei quali ogni buddhista «trova rifugio»: la figura del Buddha, la sua dottrina (Dharma) e la comunità monastica (Sangha), che esemplifica la pratica dell’ottuplice sentiero nel liberasi dagli attaccamento mondani, nell’impegno etico e nella meditazione.
Non c’è saggezza senza compassione
Tanto più profondo è il sapere tanto più profonda diventa la «compassione», l’essere capaci di condividere l’altrui dolore e gioia con una benevolenza incondizionata, equanime, senza discriminazioni.
La figura che, evolutasi nel pensiero buddhista in maniera diversificata, realizza questa effettiva maturità è il bodhisattva. Egli è colui che, arrivato sulla soglia del nirvana, rinuncia alla propria estinzione per aiutare gli altri a giungervi. Libero finalmente da ogni bramosia, rancore e stoltezza, il bodhisattva fa della sua vita un’occasione di servizio totale.
La figura del bodhisattva è stata cantata dal mistico indiano Shantideva, vissuto tra il VII e VIII secolo d.C., nella celeberrima lirica del Bodhicaryavatara (il graduale cammino ascetico del bodhisattva).
Nei suoi versi finali così canta: «Fintanto che durerà lo spazio, e che durerà il mondo, per tutto questo tempo che io possa dedicarmi a distruggere il dolore del mondo». Questo è anche il motto del Dalai Lama.
DA POPOLI
A cura di Davide Magni S.I.
...inoltre in questo dossier:
Le «Quattro nobili verità »
Solo chi ha qualcosa da dire può dialogare
Gli elementi comuni alle correnti buddhiste
Se un uomo fosse colpito da una freccia avvelenata
http://www.gesuiti.it/popoli/index.html
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