Ho incontrato lo psichiatra che poi mi avrebbe cambiato la vita dopo un’ospedalizzazione disastrosa in una clinica psichiatrica a seguito di due tentativi di suicidio, autolesionismo corporeo, depressione e crisi di panico.
È stato durante quella ospedalizzazione che mi avevano diagnosticato un problema di personalità borderline.
Quando sono entrata tra le pareti chiuse della piccola unità psichiatrica di settore, ero profondamente in crisi.
Sono uscita dopo un’ospedalizzazione di due settimane.
Non ero stabilizzata e ho continuato l’anno seguente le ospedalizzazioni e il percorso con il CMP (Centre Médico-Psychologique).
Fù dopo la mia quarta ospedalizzazione, della durata di un mese, che il mio psichiatra decise di aiutarmi inviandomi a Bordeaux, a centinaia di chilometri da casa, in una clinica privata.
Le difficoltà con le persone che mi stavano attorno.
Ogni volta che rientravo dai miei, ri-sprofondavo sempre più intensamente nella mia patologia, soffrivo e nessuno poteva capirmi, tanto oltrepassavo ogni limite con le mie parole e i miei gesti.
Mi sentivo come un peso che gravava sulle spalle della mia famiglia, un peso talmente forte che sprofondava trascinando con sé tutte le persone che amavo.
A casa, non riuscivo nemmeno più a conservare i normali legami con la mia famiglia, che non sembrava " dal mio punto di vista " comprendere il mio tormento.
Sentivo l’aria irrespirabile, soffocavo in un ambiente tossico, circondato da persone che giudicavo responsabili del mio malessere.
In realtà, loro erano semplicemente impotenti di fronte alla mia malattia, mentre io gli ne davo la responsabilità e mi isolavo ancor più, fino ad annegare in una specie di paranoia.
Per permettermi di non ritornare ancora nella mia famiglia dopo l’ospedalizzazione, il mio psichiatra e l’assistente sociale hanno portato avanti una richiesta per la domanda di Alloggio per Adulto Disabile (AAH, d’Allocation Adulte Handicapée).
Se volevo ristabilirmi "secondo il mio psichiatra", avrei dovuto staccarmi dai miei genitori e lasciare il nido familiare nel quale non trovavo più il mio posto né, peggio ancora, la mia voce.
Stupefacentemente, i miei genitori presero abbastanza bene la notizia della mia dipartita.
Non ero che uscita il venerdì dall’ospedale psichiatrico, che già la mia partenza era prevista per il lunedì seguente.
Quanto a me, ero riaccesa ed eccitata per partire in una clinica definita di “post-cura”, dove erano previste numerose attività e laboratori.
Partire è stato per me il miglio mezzo per mettere la sorte dalla mia parte, per pensare ad una possibile riabilitazione.
A Bordeaux ho trovato la mia voce.
Infatti , decisi di prendere la mia salute mentale tra le mie mani.
Ho lottato ogni giorno contro le mi angosce e altre idee nere, e per non farmi autolesionismo corporeo.
Ho parlato… molto parlato, un fiume di parole e di singhiozzi con lo psichiatra, le infermiere e gli assistenti per la cura.
Ho preso molte medicine del tipo “al bisogno”
(medicine prescritte non per un trattamento regolare nel tempo, ma solo per i momenti di bisogno, generalmente si tratta di calmanti).
Avevo ritrovato uno stato di confidenza, lontano dai miei cari.
Ho partecipato a tutti i laboratori proposti nella clinica: musicoterapia, arte-terapia, teatro, mosaico, cucina, etc.
Con lo psichiatra della clinica, abbiamo cercato per tentativi un trattamento che mi stabilizzasse.
Ho alla fine trovato il cocktail che ben si adattasse, composto di diversi farmaci antipsicotici, un farmaco anti-depressore e alcuni ansiolitici.
Ma avevo soprattutto un’arma in più, che avevo sviluppato con il passare del tempo: la parola.
Fino a prima, non esprimevo il mio dolore se non tramite il mio corpo martorizzato, ma solo laggiù avevo alla fine (ri)trovato la mia voce.
Durante la mia permanenza, ho avuto poche relazioni con la mia famiglia, dato che avevo deciso "per non esserne influenzata" di fare una vera e propria « parentectomia ».
All’inizio, non mantenevo che qualche contatto telefonico, circa ogni due settimane, poi più andavo avanti, più sentivo il bisogno di chiamarli affinché potessero essere testimoni dei miei progressi.
Ho anche imparato a far confidenza ai medici, ciò mi ha aiutato a scoprire le mie risorse interiori, ad accettare e lasciar andare il mio dolore.
Sono rimasta un anno e quattro mesi in quella clinica.
Questo tempo mi ha permesso, oltretutto, di prendere le distanze dal periodo più traumatico, di rivedere tutte le mie relazioni con i miei cari, di perdonarli, di meglio comprenderli ed amarli.
Ne sono uscita stabilizzata e cresciuta.
Ho scoperto tutto il mio potenziale che mi permette ogni giorno di avanzare verso la ripresa.
I miei legami con la famiglia sono migliorati dal momento che questa ha potuto elaborare il lutto della “figlia precedente” ed imparare a innestarsi con le forme spigolose della mia patologia.
I miei cari si sono presi il tempo per guarire dalle loro ferite, mia madre e la mia sorella gemella hanno, per esempio, seguito un percorso di psicoterapia.
Mio padre un giorno mi ha inviato un SMS per dirmi che anche lui talvolta era stato impaziente con me, aveva capito che avevo bisogno di tempo per ristabilirmi.
Avevo preso tutto il tempo necessario lontano dai miei genitori e dalle loro attese proiettate su di me.
Paradossalmente, questa distanza con la mia famiglia e i miei cari ci ha poi riavvicinato.
Il lungo cammino della riabilitazione
D’ora in avanti, sono sul cammino della riabilitazione e sto imparando a vivere con la mia sindrome della personalità borderline e le mie altre fragilità psichiche.
Riabilitazione non significa guarigione, ma mira a dare un nuovo senso alla propria vita, pur non implicado necessariamente la scomparsa dei sintomi. Dipende da persona a persona e mette in luce le forze e le risorse che abbiamo per portare avanti una vita “normale”.
Ad oggi sono seguita da uno psicologo e da uno psichiatra del CMP della mia città, che mi aiutano a fare l’inventario delle risorse a mia disposizione e dei miei limiti.
Sono cosciente che posso ricaderci, ma adesso so soprattutto che posso risollevarmi ed essere sostenuta dalla mia famiglia e dai medici.
Lo psichiatra della clinica di Bordeux mi ha infatti detto alla mia partenza:
“Se avrà bisogno, basteranno due settimane e potrà tornare qui da noi, potrà sempre farlo, chiamandoci 24 ore su 24, 7 giorni su 7”.
Grazie alla richiesta portata avanti col mio psichiatra, una volta uscita dalla clinica, sono potuta andare a vivere in un appartamento terapeutico non molto lontano dalla mia famiglia.
Questo mi ha permesso di rendermi autonoma nei confronti dei miei genitori e di mantenere la distanza necessaria per la mia riabilitazione,
restando comunque vicino a loro, e partecipando durante la settimana alle attività del CATTP (Centre d’Accueil Thérapeutique à Temp Partiel, Centro di Accoglienza Terapeutico a Tempo Parziale).
Oggi sono volontaria in diverse associazioni e questo mi aiuta a sentirmi utile e a riprendere fiducia in me, aiutando gli altri. Infatti, a settembre prevedo di farmi supportare verso un progressivo reinserimento in un percorso professionale.
Tutto questo cammino mi ha insegnato a capire le mie emozioni e a lasciarle esprimersi tramite le parole o lo sport, o ancora il teatro.
Inoltre, il trattamento farmaceutico mi continua ad aiutare a non soffrire delle emozioni più dolorose e dei cambiamenti repentini di umore.
Ringrazio il mio psichiatra per avermi permesso di spiegare le mie ali e il mio psichiatra di Bordeaux per aver trovato il giusto trattamento farmaceutico, essendo stato testimone dei miei primi passi verso una maggiore fiducia in me stessa.
La riabilitazione resta un percorso intimo e individuale, ma anche un sentiero che mi piace percorrere per scoprire tutto, così da scoprire la mia nuova vita.
Note:
Auspicando che la mia testimonianza sia di aiuto a chi come me ha vissuto queste esperienze, ho deciso di approfondire, studiando e divulgando.
Laetitia Gaspar
Foto di : Laura Hospes
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