Non è calciomercato ma democrazia

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Milano: forzasilvio - Si tende a ridurre l’attività politica del presidente Berlusconi, al tentativo riallargare la maggioranza con una “campagna acquisti” di parlamentari appartenenti ad altri gruppi. Questa è però un’immagine che falsa la realtà , deformando quello che invece è e rimane il nucleo del sistema politico italiano, e cioè il parlamentarismo. Se al leader del maggiore partito di opposizione, e cioè Pierluigi Bersani, è consentito lanciare un appello “a chi ci sta” (ovviamente in Parlamento per fare cadere il Governo), non si vede perché il Capo del Governo non abbia lo stesso diritto a cercare di rafforzare la propria maggioranza.

C’è di più e di paradossale: Berlusconi, votato come candidato-premier dalla maggioranza degli italiani, non avrebbe il diritto di opporsi alla fuoriuscita di alcuni parlamentari eletti nella lista che portava il suo nome e non avrebbe nemmeno il diritto di cercare di riportare nella maggioranza alcuni di questi fuoriusciti. In altre parole, avrebbe solo il dovere di perdere senza battersi e avrebbe il dovere di astenersi dal criticare chi lo ha abbandonato.

Fortunatamente Berlusconi non si fa irretire in questa dialettica. In un articolo pubblicato il 7 gennaio dal Corriere della Sera sulle radici dell’antiberlusconismo, si sostiene che avrebbe spostato “il principio della legittimazione dall’antifascismo (il fondamento simbolico della Repubblica) al voto popolare, che è la regola che presiede alla formazione del governo nei sistemi liberal-democratici”. Non è cosa da poco. Avere attuato questo spostamento significa invece avere approfondito e irrobustito le radici della democrazia liberale in un Paese dove, dopo il periodo fascista, la democrazia era bloccata dal quadro generale della Guerra Fredda. Peggio per chi non si è adattato al cambiamento. Peggio per chi ne fa una questione personale, abbandonandosi ciecamente all’antiberlusconismo, e non comprende che una vera svolta politica si è avuta a partire dal 1994. Una svolta nella direzione di una più ampia espressione della libertà . Che si manifesta, anche, in fasi di accorpamento di forze politiche e in fasi di disgregazione con la moltiplicazione dei partiti in una complessa ricerca di nuovi equilibri, che sarebbe superficiale imputare all’azione di un solo leader.

Berlusconi rivendica giustamente il merito di avere impresso dinamismo al sistema politico italiano e di avere impedito che “tutto cambiasse per restare come prima” poichè questo era l’intendimento dei partiti italiani sopravvissuti a Tangentopoli prima della sua discesa in campo.

In assenza di una completa riforma della Costituzione, Berlusconi svolge la sua azione di Capo del Governo nei limiti che la Costituzione fissa a questa azione: che sono molti e frenano la possibilità di operare con maggiore incisività . Non solo: quando alcune riforme vengono realizzate, ciò avviene contro la resistenza dei gruppi corporativi. Ne è un esempio l’ultima di esse, la riforma dell’università .

È quindi perfettamente naturale e lecito che il Capo del Governo persegua, nell’attuale assetto istituzionale, l’obiettivo di dare la più larga maggioranza possibile al Governo, e di farlo non per sopravvivere ma per realizzare i punti programmatici che, stante la difficile congiuntura economica internazionale, ne giustificano l’esistenza. È un suo diritto ed anche un suo dovere, e risponde alla natura parlamentare del sistema politico italiano. Dovrebbe essere evidente per tutti.