Fini: "Avanti con le riforme saremo in cabina di regia"

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BOLOGNA - "c’è una possibilità concreta di rilanciare il dialogo, facendo le riforme. Ed è un impegno che vede anche la mia personale disponibilità ". Gianfranco Fini apre così quella che potrebbe essere una nuova fase sul cammino delle riforme. Lo fa chiamando direttamente in causa Palazzo Chigi, "cabina di regia" per il dialogo. A partire dalla riforma del lavoro, vero banco di prova di quelle riforme "che noi faremo scandisce il presidente di An nonostante i veti di Cofferati e Bertinotti". Fini si candida e candida il suo partito ad un ruolo di primo piano. Lo fa mettendo in campo la sua personale disponibilità , accogliendo il pressing della Destra sociale di Alemanno e Storace, lo fa indicando le due priorità che An metterà nell’agenda del governo: sicurezza e riforme attraverso il dialogo sociale. "Chiederemo un coordinamento tra i ministeri interessati e troveremo le risorse necessarie per affrontare la questione degli ammortizzatori sociali" spiega Fini.

Fini chiude l’assise di An con una relazione di un'ora. Parla a braccio il vicepremier. Lo fa per dire ai suoi che è arrivato il momento della destra e di An. In Italia "dove spira il vento della patria e della nostra identità " e in Europa. A sette anni da Fiuggi, Fini apre la nuova fase del suo partito. Che "non accetta esami", ma casomai "li pretende dagli avversari", che ha davanti una società "dove la destra può essere centrale"e dove An "ha la carte in regola per governare con tutto il suo peso". E nessuno usi più la parola "sdoganamento" che tanto fa irritare Fini: "Non si parli più di sdoganamento, piuttosto dell’affermarsi dell’idea di identità nazionale, di patria".

Lanciando la "fase due" di An, Fini ricorda Fiuggi, quando An ebbe origine. E lo fa rendendo onore a coloro che dal Msi non venivano e aderirono al nuovo progetto: gente come Fiori e Fisichella per esempio. Parole e nomi in controtendenza rispetto ai toni fortemente rievocativi delle radici missine sentiti in questi giorni. Poi tocca al partito. A quello che, per usare le parole di Adolfo Urso, "bisogna portare al passo con Fini". E si capisce che non è un complimento. Fini invece loda i militanti, tocca le corde dell’orgoglio quando dice che An non è "un partito in grigio, un partito di assessori, ma un partito di gente con l’anima". Rivendica la diversità , concetto lanciato anni fa da un comunista come Enrico Berlinguer, per descrivere An: "Abbiamo ideali e organizzazione, non abbiamo venduto l’anima al potere, abbiamo una classe dirigente che ci invidiano, l’unità interna. Io sono orgoglio di guidare An". Un partito che non è più, come dice Maurizio Gasparri, "figlio di un dio minore", ma che vuole contare. A partire dalle prossimi amministrative. "E nessuno ci venga a dire che con i candidato di destra non si vince scandisce Fini Noi possiamo vincere ovunque, anche al nord".

Fini si avvia alla conclusione. Nega tensioni e corse per la leadership dentro la Casa delle Libertà . Schernisce chi parla di un asse anti-Berlusconi tra An e i centristi, attacca la manifestazione di Roma contro la guerra in Palestina ("è scandaloso che si permetta di sfilare a coloro che bardati da terroristi incitano alla violenza. Ed è intollerabile che trovino la solidarietà di parti importanti della sinistra italiana"). Finisce tra gli applausi, i baci, le foto ricordo con i colonnelli accanto, con la platea che lo riconferma, per acclamazione, presidente di An. Da domani per Fini e il suo partito comincia una nuova fase.

di MATTEO TONELLI